Costanza, figliuola di don Ferdinando d’Azevedo, Cavaliere di Calatrava, e di donna Ghiomar di Menesez, vien’ ad essere rubbata nella sua fanciullezza, e menata via da casa del padre da una vecchia cingara. Questa le impone il nome di Preziosa, e come sua nipote l’alleva. In poco tempo ella riesce sì esperta in tutte le sorti di balli e giuochi di mano, ed insieme sì perfettamente bella e graziosa diventa, che chiunque la vede ne resta stupito. S’innamora di lei don Giovanni di Carcamo, e per ottenerla vassene via dalla casa paterna, mentisce l’habito, si fa cingaro, e chiamasi Andrea. Egli ammazza un’ huomo e, stando per essere condotto al supplizio, è Preziosa riconosciuta dal padre e dalla madre, i quali lo liberano da quella morte, e con lui la figliuola maritano.
Pare che i cingari, e le cingare, non per altro sieno nati al mondo che per essere ladroni: nascono da genitori ladroni, studiano per farsi gran ladroni, e finalmente riescono sì trincati e perfetti ladroni, che non la perdonano a cosa sacra, o profana. Onde, la voglia di rubbare e l’istesso rubbare sono in loro come accidenti inseparabili, che dalla sola morte posson’ esser levati via.
Di questa nazione nacque una cingara, la quale, fatta vecchia, riuscì arcimaestra nella scienza di Caco[*], famosissimo capoladrone. Costei rubbò una fanciulla (com’ al suo luogo si dirà) e l’allevò con nome di sua nipote, e chiamolla Preziosa. Le insegnò tutti i suoi giuochi di mano, tutte le sue furbarie, e tutti i modi di rubbare. Non solamente in questo riuscì Preziosa senza paragone, ma anche la più isquisita ballatrice che fosse tra tutte le cingare, e la più bella e discreta che trovar si potesse fra quante al mondo, non che tra le cingare, havessero fama di belle e discrete. Né il sole, né i climi, né qualsivoglia inclemenza d’aria, a che più di nessun’altra sorte di genti son’ esposti li cingari, non le potettero scolorare il bel viso, né farle arsicce le belle mani. E quello ch’arrecava meraviglia, si era che l’educazione grossolana e vile nella quall’era allevata non poteva mentir’ in lei l’essere nata di miglior sangue, e per più rilevata condizione che di cingara: percioché ella era di gentilissima natura, e ben parlante. Da questo nasceva un procedere libero, ma non però in modo che in lei si scorgesse sorte alcuna di dishonestà; anzi quanto d’ingegno acuto e accorto, tanto era honesta e tale, che in sua presenza niuna cingara, vecchia o giovane ch’ella si fosse, cantar canzoni lascive osava, né dir parole brutte e dishoneste. E finalmente, conosceva molto bene l’avola sua il tesoro ch’ella haveva nella nipote. Perloché, sì come fa l’aquila vecchia, ella deliberò di cavare dal nido il suo aquilotto, per insegnarli a volare, ed a procacciarsi il vitto co’ suoi artigli.
Diventò Preziosa ricca di villanelle, stanze, madrigaletti e zarabande, e d’altre sorti di versi (in Ispagna gli chiamano romanzi), i quali con faceta maniera, e grazia particolare, ella cantava. La sua avola, scaltra ed accorta, comprendendo che tali facezie e grazie, ne’ pochi anni e nella molta bellezza della nipote havevano da essere allettamenti molto accomodati per muovere e tirare a sé gli animi, e per tal via haver maggior guadagno ed accrescer’ il suo capitale, gliene cercò e procurò per tutto dove potette, sì che non le mancarono; perché sono certi poeti che s’accomodano co’ cingari, e gli vendono l’opere loro, com’ancora vi sono poeti per i ciechi, i quali nelle sue fingon miracoli, ed hanno parte al guadagno, poiché vi è di tutto al mondo: e spesso la necessità conduce sforzatamente gl’ingegni a far delle cose che non si trovano in una carta cosmografica.
Ora, per ritornare a Preziosa, ella fu allevata in diverse parti di Castiglia, e quando gionse all’età di quindici anni, la sua avola putativa la condusse a Madrid, all’antico albergo suo, ne’ campi di Santa Barbara, dove i cingari sogliono habitare, perché pensava che nella Corte (ove tutto si vende e tutto si compera) potrebbe vendere la sua mercatanzia. Fu la prima entrata che fece Preziosa nella città il giorno di Sant’Anna, protettrice del luogo, facendo un ballo di otto cingare, quattro vecchie e quattro gioveni, ed insieme un cingaro, gran ballarino, che le guidava; e quantunque tutte comparissero pulitamente vestite, e ben’ in arnese, nulladimeno il vago adornamento di Preziosa era tale, che a poco a poco andava innamorando gli occhi di quanti la miravano: e fra il risuonare del tamburino, e delle gnacare, e castagnette[*], e la fuga del ballo, si levò un rumore che per bocca di tutti lodava ed innalzava la graziosa sua bellezza, e correvano i ragazzi a vederla, e gl’huomini a mirarla. Ma quando poi l’udirono cantare, dopo finito il ballo, allhora sì, che si accrebbe la fama della leggiadra cingaretta, in modo che, di comun consenso de’ deputati giudici della festa, subito le fu data la gioia, ch’era il premio per chi meglio ballato havesse. Indi, venute alla chiesa di Santa Marta a ballare (come s’usa) davanti l’imagine di Sant’Anna, e danzato c’hebbero tutte, prese Preziosa i suoi sonagli, e dando attorno di molti giri con leggierissimi salti, cantò i versi del romanzo seguente:
Arbol preciosissimo
Que tardo en dar fruto,
Años que pudieron
cubrirle de luto,
Y hazer los desseos
Del consorte puros
Contra su esperança
No muy bien seguros
De cuyo tardarse
Nacio aquel disgusto,
Que lanço del Templo
Santa tierra esteril
Que al cabo produxo
Toda la abundancia
Que sustenta el mundo.
Casa de moneda
Do se forjo el cuño
Que dio a Dios la forma
Que como hombre tuvo.
Madre de una hija,
En quien quiso, y pudo
Mostrar Dios grandezas
Sobre humano curso
Por vos, y por ella.
Soys Ana el refugio,
Do van por remedio,
Nuestros infortunios.
En cierta manera
Teneis, no lo dudo,
Sobre el nieto imperio
Piadoso y iusto.
A ser comunera
De[3] alcaçar sumo
Fueran mil parientes
Con vos de consuno.
Que hija! y que nieto!
Y que yerno! al punto,
A ser causa justa,
Cantaredes triunfos.
Pero vos humilde
Fuistes el estudio,
Donde vuestra hija
Hizo humildes cursos.
Y agora a su lado
A Dios el mas junto
Gozais de la alteza
Que apenas barrunto.
Con tanta grazia cantò Preziosa, ch’ella rapì quanti l’udirono. Alcuni dicevano: -Dio ti benedica figlia!
Altri: -È peccato, che questa fanciulla sia cingara. Invero, ch’essa meritava d’esser figliuola di qualche gran signore.
Altri ancora: -Lasciate crescere la ragazza, ch’ella saprà far delle sue! Affé, che in lei si va facendo una rete da pescar cuori.
Un’altro, manco spiritoso, più goffo, e di grosso legname, veggendola andar nel ballo sì leggera, le disse: -Allegramente, viva l’amore! E pestate la polvere così minuta minutamente!
Ed ella, senza lasciare il ballare: -Io, pure, la pesterò ancora più minuta!
Il vespro si finì, ed insieme la festa di Sant’ Anna, e restò Preziosa alquanto stracca: però con tanto grido di bella, discreta, ed espertissima ballarina, che per tutta la Corte, ne’ circoli di persone, d’altro che di lei sola non si parlava. Partironsi, e dopo quindici giorni ritornarono a Madrid con altre tre cingarette proviste di sonagli, d’un ballo nuovo, e di versi e canzonette allegre, ma però tutte honeste: perché mai Preziosa (com’ habbiam detto) acconsentiva che le compagne cantassero canzoni dishoneste, né ella ne cantò; il che da molti fu osservato, e via più lodato. Per un solo momento non se ne discostava la vecchia cingara: era il suo Argo, temendo che le fosse rubbata, o che davanti se le sparisse. Chiamavala nipote, ed essa se la teneva per avola. Si misero a ballare all’ombra, sulla strada di Toledo, e di coloro che l’andavano seguitando formossi in un’istante un gran circolo; e mentre ballavano, la vecchia andava attorno domandando limosina; a tal che grandinavano reali[*], da otto e da quatro. Da che si può comprendere che anco la bellezza ha forza di svegliare la carità addormentata.
Finito il ballo, prese a dire Preziosa: -Se mi verrà dato mezzo reale, io sola voglio cantare un romanzo di quei più belli, fatto per quando che la Regina Margherita, signora nostra, se n’uscì di palazzo, dopo di parto in Vagliadolid, e se n’andò a messa a San Lorenzo. È famosa canzona, e composta da un di quelli che sono chiamati poeti, anzi ch’è capitano d’essi.
Appena questo hebbe detto, che quasi tutti quelli del circolo disser’ ad alta voce:
-Cantala pure, Preziosa, e per ciascun di noi eccoti il mezzo reale.
Così ricominciarono a grandinare sopra di lei tanti mezzi reali, che per raccoglierli la vecchia quasi non bastava. Fatta c’hebbe la sua raccolta, e la sua vendemia, cominciò Preziosa a cantar sopra il suo cembalo:
Salio a missa de parida
La mayor reyna d’Europa
En el[4] valor, y en el[5] nombre
Rica y admirable joya.
Como los ojos se lleva,
Se lleva las almas todas
De quantos miran, y admiran
Su devocion y su pompa.
Y para mostrar, que es parte
Del cielo en la tierra toda,
A un lado lleva el sol de Austria
Al otro la tierna Aurora.
A sus espaldas le sigue
Un luzero, que a desora
Salio la noche del dia,
Que el cielo, y la tierra lloran.
Y si en el[6] cielo ay estrellas,
Que luzientes carros forman,
En otros carros su cielo
Vivas estrellas adornan.
Aqui el anciano Saturno
La barva pule, y remoça,
Y aunque es tardo, va ligero,
Que el placer cura la gota.
El dios parlero va en lenguas
Lisongeras, y amorosas,
Y Cupido en cifras varias,
Que rubies, y perlas bordan.
Alli va el furioso Marte
En la persona curiosa
De mas de un gallardo joven,
Que de su sombra se assombra.
Iunto a la casa del Sol
Va Iupiter, que no ay cosa
Dificil a la privança
Fundada en prudentes obras.
Va la Luna en las mexillas
De una, y otra humana diosa,
Venus casta en la belleza
De las que este cielo forman.
Pequeñuelos Ganimedes
Cruzan, van, buelven, y tornan
Por el cinto tachonado
De esta Esfera milagrosa.
Y para que todo admire,
Y todo assombre, no ay cosa
Que de liberal no passe.
Hasta el extremo de prodiga,
Milan con sus ricas telas
Alli va[7] en vista curiosa,
Las Indias con sus diamantes,
Y Arabia con sus aromas.
Con los mal intencionados
Va la Embidia mordedora,
Y la bondad en los pechos
De la lealtad española,
La alegria universal
Huyendo de la congoxa,
Calles, y plaças discurre
Descompuesta y casi loca.
A mil mudas bendiciones
Abre el silencio[8] la boca,
Y repiten los muchachos
Lo que los hombres entonan.
Qual dize: “Fecunda vid,
Crece, sube, abraça, y toca
El olmo felize tuyo,
Que mil siglos te haga sombra.
Para gloria de ti misma,
Para bien de España, y honra,
Para arrimo de la Yglesia,
Para assombro de Mahoma”.
Otra lengua clama, y dize:
“Vivas, ò blanca paloma,
Que nos has de dar por crias
Aquilas de dos coronas.
Para ahuyentar de los ayres
Las de rapiña furiosas,
Para cubrir con sus alas
A las virtudes medrosas”.
Otra mas discreta, y grave,
Mas aguda, y mas curiosa,
Dize vertiendo alegria
Por los ojos y la boca :
“Esta perla que nos diste,
Nacar de Austria, unica, y sola,
Que de maquinas[9] que rompe,
Que disignios que corta.
Que de esperanças que infunde:
Que de desseos mal logra,
Que de temores aumenta,
Que de preñados aborta”.
En esto se llegó al templo
Del Fenix santo, que en Roma
Fue abrasado, y quedo vivo
En la fama, y en la gloria,
A la ymagen de la vida,
A la del cielo Señora:
A la que por ser humilde
Las estrellas pisa agora.
A la madre, y virgen junto,
A la Hija y a la Esposa
De Dios hincada de hinojos
Margarita assi razona:
“Lo que me has dado te doy,
Mano siempre dadivosa,
Que a do falta el favor tuyo,
Siempre la miseria sobra.
Las primicias de mis frutos
Te ofrezco, Virgen hermosa,
Tales quales son las mira,
Recibe, ampara, y mejora.
A su padre te encomiendo,
Que humano Atlante se encorba
Al peso de tantos reynos,
Y de climas tan remotas.
Se que el coraçon del Rey
En las manos de Dios mora,
Y se que puedes con Dios
Quanto quieres piadosa”.
Acabada esta oracion,
Otra semejante entonan
Hymnos, y vozes, que muestran,
Que esta en el[10] suelo la gloria.
Acabados los officios
Con reales ceremonias,
Bolvio a su punto este cielo,
Y esfera milagrosa[11].
Appena finiva Preziosa la sua canzone, quando dall’illustre auditorio e grave senato che la stava ascoltando, di molte voci formossi una sola, che disse:
-Torna, torna a cantare Preziosetta, che non mancheranno reali.
Più di dugento persone stavano mirando il ballo, ed ad udire il canto delle cingane, quando che nella fuga d’esso, s’abbatté a passar per là uno dei luogotenenti della terra, il qual veggendo tanta gente insieme, domandò perché: fugli risposto, che stavan’ ad udire la bella cingaretta. S’accostò il luogotenente, ch’era alquanto curioso, e per un pezzetto di tempo stette anch’egli a sentire; ma per non fare contra la sua gravità, non volle udire sin’ al fine della canzone. Pure, essendogli parsa molto gentile la cingaretta, e graziosa, comandò ad un suo paggio che andasse a dire alla cingara vecchia, che in su’l far della notte ella venisse a casa sua, insieme con la cingaretta, perché egli voleva che donna Chiara, sua consorte, la vedesse e la sentisse. Tanto fece il paggio, al quale rispose la vecchia che v’andarebbe.
Finirono il ballo ed il cantare le cingare, e mutarono il luogo. In quell’istante apressossi a Preziosa un giovinetto benissimo vestito, e dandole una carta piegata, disse:
-Canta, Preziosetta, i versi scritti in questo foglio, che sono molto buoni, ed io darotti degli altri di quando in quando, coi quali t’aquisterai il vanto della migliore cantatrice del mondo.
-Io, -rispose Preziosa-, gl’imparerò volentierissimo, ma avvertite, signore, che non mi lasciate digiuna, con l’acqua in bocca de’ versi che mi promettete: però, con questa condizione, che siano honesti. E se volete ch’io ve li paghi, accordiamoci a dozina, cioè dozina cantata, dozina pagata, perché se pensate, ch’io li habbia da pagare innanzi tratto, è pensar l’impossibile.
-Almen per carta, se vi piace, -le disse il giovinetto-, sono contento che mi si paghino. E di più: la canzone che non fosse honesta, voglio che non entri in conto. -Ma a me tocchi l’eleggerle, -rispose Preziosa. Con questo caminaron’ avanti per la contrada, ove da una bassa finestra inferriata furon da gentilhuomini le cingare chiamate. S’accostò Preziosa a quella feriata, e vide in una sala signorilmente addobbata pur assai gentilhuomini, spasseggiando gli uni, ed a vari giuochi giuocando gli altri.
-Volete voi, signori, quelli che vincono, -disse Preziosa-, darmi la mancia?
E come cingara parlava un poco balbutendo (che questo in loro è artificio più che natura). Alla cui voce, e nel mirarla in faccia, quelli che stavan’a giuocare lasciarono il giuoco, ed i passeggianti il passeggiare, e concorsero tutti alla inferriata a veder quella di cui per fama di già havevano notizia.
-Entrino, -dissero-, entrino qua le cingarette, che noi lor daremo la mancia.
-Caro ci costerebbe quella, -rispose Preziosa-, se ne venisse usato atto contra all’honesto.
-No figlia, affé di gentilhuomo e cavaliere -disse uno-, tu puoi entrar sicura, che nessuno ti toccherà, né anche la punta della scarpa. No, per questa croce ch’io porto sopra il petto-; ed era quella una di Calatrava.
-Se tu hai voglia d’entrarvi Preziosa (disse una delle tre cingarette, ch’erano con esso lei) entra in buon’hora, ch’io per me non voglio entrare dove sono tant’ huomini.
-Avvertisci Cristina, -(che questo era il nome della timida cingaretta) le disse Preziosa-, che sola da un’ huomo solo, ed in un luogo secreto hai da guardarti, e non da molt’ insieme: imperoché l’esser’ assai, scaccia la temenza d’esser’ offese. E sappi Cristinetta, e sii certa, che se la donna determina di essere da bene, può esser tale anche se fosse in mezzo d’un’esercito. Egli è ben vero che si deve fuggire l’occasione, le secrete però, e non le publiche.
-Entriamo dunque Preziosa, -disse Cristina-, che tu sai più che non sa un filosofo.
Lor fece animo la vecchia cingara, ed esse entrarono. Al primo passo che fece Preziosa all’entrar nella sala, il cavaliere dell’habito vidde la carta ch’ella si haveva in seno, ed accostandosele con gentil maniera quella le tolse. A cui disse la cingaretta:
-Deh! Signor Cavaliere, rendetemela, ve ne prego, che sono versi che hor’hora mi vengon dati, e non gli ho ancora letti.
-E sai tu leggere, figliuola? -disse un’altro.
-Ed anco scrivere, -risposegli la vecchia-, che questa mia nipote l’ho allevata come se fosse figliuola d’un dottore.
Il cavaliere aprì la carta, e vidde ch’uno scudo d’oro vi era dentro, e disse:
- Invero Preziosa, che questa lettera porta seco il suo porto! Tò, piglialo!
-Basta, -disse la cingaretta, che m’ha trattata da poveretta il poeta! Ma è maggior miracolo che un poeta mi dia uno scudo, ch’io riceverlo. Se con simil’ aggionta, m’hanno da venire i suoi versi, ch’egli coppii pure la raccolta di tutti i versi, e me gli mandi a foglio a foglio, ch’io lor toccherò il polso: e se saranno duri, sarò tenera ed humile nel ricevergli.
Con istupore restaron quelli ch’udirono la cingaretta, sì della sua accortezza come della grazia con che parlava.
-Leggete, Signor Cavaliere, -diceva ella-, leggete forte, e vedremo se quel poeta è tanto valente nell’arte quanto è liberale.
Allhora il cavaliere lesse i versi, ed eran gli a seguenti:
Gitanica que de hermosa
Te pueden dar parabienes
Por lo que de piedra tienes,
Te llama el mundo preciosa.
Desta verdad me assegura
Esto, come en[12] ti veràs,
Que no se apartan jamas
La esquiveza y la hermosura,
Si como en valor subido
Vas creciendo in arrogancia,
No le arriendo la ganancia
A la edad en que has nacido.
Que un basilisco se cria
En ti, que mate mirando,
Y imperio, aunque blando[13]
Nos parezca tirania.
Entre pobres, y aduares,
Como nacio[14] tal belleza?
O como crio tal pieza
El humilde Mançanares?
Por esto serà famoso
Al par del Tajo dorado,
Y por Preciosa preciado
Mas que el Ganges caudaloso.
Dizes la buena ventura,
Y das la mala contino,
Que no van por un camino
Tu intencion y tu hermosura,
Porque en el[15] peligro fuerte
De mirarte, o contemplarte,
Tu intencion va a desculparte,
Y tu hermosura a dar muerte.
Dizien que son hechizeras
Todas de tu nacion,
Pero tus hechizos son
De mas fuerças, y mas veras.
Pues por llevar los despojos
De todos quantos te ven,
Hazes, o niña, que esten
Tus hechizos en tus ojos.
En sus fuerzas te adelantas,
Pues baylando nos admiras,
Y nos matas, si nos miras,
Y nos encantas, si cantas.
De cien mil modos hechizas,
Hables, calles, cantes, mires,
O te acerques, o retires,
El fuego de amor atizas.
Sobre el mas esento pecho
Tienes mando, y señorio,
De lo que es testigo el mio
De tu imperio satisfecho.
Pretiosa joya de amor,
Esto humildemente escrive
El que por ti muere y bive,
Pobre, aunque humilde amador.
-L’ultimo verso, -disse all’hora Preziosa-, finisce in povero? Cattivo segno: mai gl’innamorati debbono dire che sieno poveri, perché mi pare, che nei principi la povertà sia molto nemica dell’amore.
-Chi t’insegna queste cose harpietta? -disse uno.
-Chi me le ha da insegnare? - rispose Preziosa. Non ho io anima in corpo? Non ho io già quindici anni? E non sono monca, né renca, né scema di cervello. Gl’ingegni delle cingare seguono un’altra stella, od altro polo, che quelli dell’altre genti; sempre passano avanti alli lor’ anni. Non vi ha cingaro sciocco, né cingara balorda; percioché consistendo il sostentare la sua vita in essere acuti, astuti, ed ingannatori, si smoccolano, ed assottigliano l’ingegno ad ogni passo, che non gli lasciano venir la muffa sopra in nessuna maniera. Vedete, signori, queste zitelle mie compagne, che facciono e paion scimunite, mettete lor’ un poco il dito in bocca, e toccate lor’ i denti mascellari, e vedrete ciò che sapranno fare. Non vi è cingaretta di dieci anni che non sappia quanto altre non cingare a venticinque, perché hanno per maestri e precettori il diavolo e l’uso, che lor’ insegnano in un’hora quello ch’appena altra sorte di femine potrebbe imparare in un’anno.
Con questo che la cingaretta diceva, ella teneva sospesi gli ascoltanti, e quelli che giuocavano le diedero la buona mano, e quegli ancora che non giuocavano. Raccolse la vecchia trenta reali, e più ricca ed allegra ch’una fiorita primavera si mise davanti le sue pecorelle, e così se n’andò a casa del signor luogotenente, havendo promesso a quei liberali signori, che’l giorno seguente ritornerebbe co’l suo gregge a trattenergli, e darle spasso.
Già era stata avvisata la signora donna Chiara, moglie del signor luogotenente, c’havevano da venire a casa sua le cingarette, e quelle stava aspettando (come il terren’ asciuto aspetta la rugiada di maggio), e con esso lei le sue donzelle e donne, e quelle d’un’altra gentildonna sua vicina, che tutte s’eran adunate per veder Preziosa. Appena furono entrate le cingarette, che fra di quelle risplendette Preziosa come risplende un torcio acceso fra il lume di candelette, e così tutte concorsero da lei, alcune l’abbracciavano e altre l’ammiravano, queste benedicendola, quelle lodandola.
Donna Chiara diceva: -Questa sì, che si può dire chioma d’oro! Questi sì, che sono occhi di smeraldo!
Poi, la signora sua vicina a parte a parte la mirava, quasi facendo con la vista anatomia da capo a’ piedi di tutte le sue membra e congionture. E venendo a lodare una fossettina che Preziosa nel mento haveva:
-Ohime! Che bella fossettina! Quanti occhi e quanti la mireranno hanno da inciampare in questa fossettina!
Udendo questo, uno scudiere da braccio, huomo di lunga barba e di molti anni che quivi era, e che soleva accompagnare la signora donna Chiara, disse:
-Quello chiama Vostra Signoria fossettina? Od io poco m’intendo di fossettine o buchi, o mi pare, che ciò non altrimenti sia fossettina, ma sepoltura di desideri vivi. Invero, tant’ è bellina la cingaretta, che s’ella fosse fatta d’argento, o di scorza di cedro, confetto non potrebbe esser migliore. Sai tu, puttina mia, dir la buona ventura?
-Sì, la so dire di tre o quattro maniere, -rispose Preziosa.
-Anco questo di più? -disse donna Chiara: -Per vita del luogotenente mio signore, che voglio che tu me la dica, puttina mia d’oro, puttina d’argento, puttina di perle, puttina di carbunchi, e puttina del cielo, ch’è il più ch’io possa dire.
-Date, date la mano alla puttina, e con che da fare la croce, -disse la vecchia cingara-, e vederete per le cose che vi dirà, ch’ella sa più che non sa un dottore in medicina.
All’hora la signora luogotenente mise mano nella saccoccia, ma non vi trovò pur’ una moneta. Dimandò un quarto di reale alle sue cameriere, ma nessuna l’haveva; né tampoco la gentildonna sua vicina.
Il che veggendo Preziosa, disse: - Tutte le croci, in quanto sono croci, sono buone: ma quelle d’oro, o d’argento, sono migliori; ed il fare la croce sopra la palma della mano con moneta di rame, sappiano le Signorie Vostre che sminuisce la buona ventura, e sopra tutto la mia: onde sono affezionata al far la croce prima con qualche scudo d’oro, o con qualche real da otto, od almeno da quattro, percioché io sono come i medici, che quando lor viene data buona offerta si rallegrano.
-Tu sei faceta, cara mia puttina, -disse la signora vicina, e voltandosi allo scudiere: -Voi, signor Contrera, havereste per sorte addosso qualche real da quattro? Datemelo, che, come venga il dottor mio marito, io ve’l renderò.
-L’ho, -rispose Contrera-, ma l’ho lasciato in pegno per ventidue maravedis che spesi a cena hiersera. Vostra Signoria me gli dia, ch’anderò a riscuoterlo volando.
-Non habbiamo fra tutte un quattrino, -soggiunse donna Chiara-, e ci domandate ventidue maravedis? Orsù, andate Contrera, che sempre foste impertinente.
Una di quelle femine ch’erano presenti, vedendo la sterilità della casa, disse a Preziosa:
-Ninna, farà al proposito che si faccia la croce con un ditale d’argento?
-Anzi, -rispose Preziosa-, si fanno le croci con ditali d’argento le migliori del mondo, se quelli sono molti.
-Honne qui uno, -soggiunse la donzella-; se quello basta, eccolo: ma con patto che a me ancora si habbia da dire la buona ventura.
-Per un ditale, -disse la vecchia cingana-, tante buone venture? Nipote, finiscila presto, che si fa notte.
Preziosa prese il ditale e la mano della signora luogotente, e disse:
Hermosita, hermosita
La de las manos de plata,
Mas te quiere tu marido,
Que al Rey de las Alpujarras.
Eres paloma sin hiel,
Pero a vezes eres brava,
Como leona de Oran
O como tigre de Ocaña[*].
Pero en un tras, en un tris
El enojo se te passa,
Y quedas como alfenique[16],
O como cordero mansa.
Riñes mucho, y comes poco,
Algo zelosita andas,
Que es jugueton el tiniente,
Y quiere arrimar la varra.
Quando donzella te quiso,
Te hazia buena cara[17],
Que malayan los terceros
Que los gustos desbaratan.
Si a dicha tu fueras monja
Oy tu convento mandaras,
Porque tienes de abadessa
Mas de quatrocientas rayas.
No te lo quiero dezir,
Pero poco importa, vaya,
Embiudaras, y otra vez,
Y otras dos seras casada.
No llores señora mia,
Que no siempre las gitanas
Dezimos el Evangelio,
No llores señora acaba.
Como te mueras primero
Que el señor tiniente, basta
Para remediar el daño
De la biudez que amenaza.
Has de heredar, y muy presto,
Hazienda en mucha abundancia.
Tendras un hijo canonigo
La Yglesia no se señala,
De Toledo no es possible.
Una hija rubia, y blanca
Tendras, que si es religiosa,
Tambien vendra a ser perlada.
Si tu esposo no se muere
Dentro de quatro semanas,
Verasle corregidor
De Burgos, o Salamanca.
Un lunar tienes, que lindo?
Ay Iesus, que luna clara,
Que sol, que alla en los antipodas
Escuros valles aclara.
Mas de dos ciegos por verle
Dieran mas de quatro blancas,
Agora si es la risica,
Ay que bien aya essa gracia.
Guardate de las caydas,
Principalmente de espaldas,
Que suelen ser peligrosas
En las principales damas,
Cosas ay mas que dezirte,
Si para mañana me aguardas[18]
Las oyras, que son de guste,
Y algunas ay de desgracias.
Finì Preziosa di dire quella buona ventura, e con essa accese il desiderio di tutte le circostanti a voler sapere ciascuna la sua, e così la pregarono dirla loro: ma ciò ella rimise per l’altro giorno, havendole esse promesso che haverebbono reali d’argento da far le croci. In questo mentre venne il signor luogotenente, a cui raccontarono meraviglie della cingaretta. Egli la fece ballar’ un poco, e confermò per vere le lodi che meritamente le havevano date, e mettendo mano alla tasca, fece segno di volerle dar qualche cosa; ma havendola ben cercata, e scossa, al fine cavonne la mano vota, e disse:
-Affé di gentilhuomo, che non ho denari adosso: date voi, donna Chiara, un reale a Preziosetta, ch’io poi ve lo renderò.
-Buona per certo! Signore, appunto, sì che ci burlate! Non habbiam’ havuto fra tutte noi un quattrino per farci fare il segno della croce, e volete c’habbiamo un reale?
-Datele dunque, -disse egli-, qualche vostro collaro alla vallona, o qualch’altra cosetta, che un’altra volta tornerà Preziosa a rivederci, e la regaleremo meglio.
Al che rispose donna Chiara:
-Anzi, acciò che venga, io non voglio per hora alcuna cosa darle.
-Anzi, -disse Preziosa-, se adesso non mi darete nulla, mai più ritornerò qua: perché, in ogni modo, se verrò a servire sì principali signori, sarò sicura che cosa alcuna non mi daranno, e così m’haveranno sottratta alla fatica di aspettarla. Uncinate, signor luogotenente, uncinate, se volete che mai vi manchino i denari, e non introducete usanze nuove, che vi morirete di fame. Guardate, signore, che per dov’io sono stata, ho sentito dire (e se ben son giovinetta, giudico che male) che dagli uffici si ha da cavare denari, come che sia, per pagar le condanne delle residenze, e per poter salire ad altri carichi.
-Così dicono, e fanno, -disse il luogotenente-, quelli c’hanno cattiva la coscienza, ma il giudice c’haverà rettamente amministrata la giustizia, non temerà che se gli faccia pagare alcun fio; e l’essersi portato bene nel suo uffizio, sarà l’intercessore ed il mallevadore che faranno per lui acciò d’un’altro sia provisto.
-Voi parlate, signore, da huomo santo, -soggionse Preziosa-, accostiamoceli, e tagliamoli della veste, e lo serbaremo per reliquie.
-Tu sai molto Preziosa, -disse il luogotenente-, lascia la cura a me, che voglio procurare ed operare che le Maestà del re e della regina ti veggano, perché tu sei cosa da re.
-Forse che mi vorranno per buffona, -disse Preziosa-, e non saprò l’arte: onde resterei ingannata di poter riuscire con mio vantaggio. Se mi volessero per discreta, pur’ a questo mi lascierei tirare, ancorchè in alcune corti più avanzano i buffoni che i discreti. Vivo contenta nel mio stato di cingara e povera: e corra la sorte per dove vorrà il Cielo.
-Orsù figlia -disse la cingara vecchia-, non parlar più, che hai parlato troppo, e sai più di quello ch’io t’ho insegnato; non ti assottigliare tanto, che tu ti spunterai. Parla di quello che permettono i tuoi anni, e non voler volar tant’alto, che troppa altezza minaccia la caduta.
-Queste cingare, -disse all’hora il luogotenente-, hanno il diavolo nel corpo, e sanno più di lui. Elleno presero comiato, e nel partirsi disse la donzella del ditale: -Preziosa, dimmi la buona ventura, o rendimi il mio ditale, ch’altro non ho che quello da lavorare.
- Signora donzella, -rispose Preziosa-, fa conto ch’io te l’habbia detta, e provediti d’altro ditale, o non far’ alcun lavoro sin’ a venerdì, ch’io tornerò e dirotti più venture ed avventure che non ve ne sono in un libro di cavaleria.
Partironsi, e si accompagnarono con molte contadine che all’hora dell’Ave Maria sogliono uscire di Madrid per ritornare alle lor ville (e con quelle sempre si accompagnano le cingare, e vanno sicure), perché la cingara vecchia vivea in continovo timore che la sua Preziosa le venisse rubbata.
Hora occorse, che la mattina ch’esse tornavano a Madrid a procacciarsi l’elemosina, viddero insieme con l’altre cingarette, in una piccola valle fuor di strada, distante dalla città in circa cinquecento passi, un giovine gagliardo, nobilmente vestito da campagna, con la spada e la daga che brillavano d’oro: il capello adornato con un ricco cordone di scintillo, e con piume vistose di vari colori. A prima vista le cingare si fermarono, e stettero a rimirarlo per un buon pezzo, meravigliate che a tal’ hora un sì bel giovane fosse in tal luogo a piedi e solo. Egli si accostò a loro, e parlando con la cingara vecchia le disse:
-Per vita vostra, madre, fatemi un piacere: uditemi voi e Preziosa qui in disparte due parole, che vi saranno di profitto.
-Purché, -rispose la vecchia-, non ci discostiamo molto, e non tardiamo troppo, sia in buon’ hora ch’io mi contento-; e chiamando Preziosa, si allontanarono dall’altre circa venti passi, e così in piedi come si trovavano, il giovine lor disse:
-Io mi confesso talmente vinto dalla discrezione e bellezza di Preziosa, che doppo haver fatto ogni resistenza possibile per non gionger’ a questo passo, alla fine son restato più che mai vinto ed avvinto, e con manco forze da potervi resistere. Io, signore mie (che sempre ho da darvi questo nome, se’l Cielo favorirà la mia pretensione), sono cavaliere, come lo può mostrare questa croce -(e così dicendo allargò il ferraiuolo, e scuoprì quella ch’ei portava su’l petto, ed era una delle più honorate di Spagna)-, e son figliuolo d’un signore, il cui nome, per buon rispetto, io devo qui tacere. Sto sotto la sua ubbidienza e protezzione: sono figliuolo unico, e ch’aspetta di succedere ad uno più che mediocre patrimonio. Mio padre sta qui in Corte, dove pretende un carico, e già se ne ha consultato, ed egli tiene quasi certa speranza di conseguirlo. E benché io sia della qualità e nobiltà che vi ho detto, e di quella che presso a poco già potete comprendere, con tutto ciò vorrei esser’ un gran signore, per innalzar’ al pari della mia grandezza l’humil bassezza di Preziosa, facendola mia uguale, anzi la mia unica signora. Io non la desidero per burlarla, né meno nella sincerità dell’amore ch’io le tengo, puol’ esser framescolata né capire sorte alcuna di burla: solo vorrei servirla nel modo e nella maniera che più si confacesse al suo gusto, perché la sua volontà ha da esser legge alla mia. Con lei è di cera il mio cuore, nel quale ella potrà imprimere tutto quel che sarà di suo piacere: però per conservarlo, e guardarlo, non sarà come impresso in cera, ma come scolpito in marmo, la cui durezza alla durata de’ tempi si oppone. Se crederete questa verità, non si smarrirà la mia speranza. Ma se non mi credete, sempre mi terrà con timore il vostro dubbio. Il mio nome è questo, -e glielo disse-, quello del mio padre, già ve l’ho detto: la casa dove habita è nella strada ed ha li segni che vi dirò, e vi sono vicini da’ quali potrete informarvi di quanto vi ho detto, ed anco lo potrete sapere da quelli che non vi stanno vicino, perché non sono tanto oscuri la qualità ed il nome di mio padre, ed il mio, che non sien noti per tutto il Palazzo ed a tutti quelli di Corte. Qui tengo meco cento scudi d’oro, per darvi per caparra di quello più che ho in animo di darvi: perché non deve ricusar di dar la robba colui che dà il suo cuore.
Mentre che’l cavaliere di questo diceva, miravalo Preziosa attentamente, e senza dubbio non le parevan se non buone le sue ragioni, e la sua presenza e nobili maniere, e rivoltasi alla vecchia, le disse:
-Perdonatemi, avola, s’io mi prendo licenza di rispondere a questo tant’ innamorato signore.
-Rispondi pur nipote, quello che vuoi, -disse la vecchia-, che so che hai giudizio e discrezione in ogni cosa.
-Io, Signor Cavaliere, -disse Preziosa-, benché sia cingara, povera e bassamente nata, tengo qui dentro in questo corpo un certo spiritello fantastico, che a cose grandi m’innalza. Mai da promesse mi lascio muovere, né corromper da donativi, né mi ponno piegare le sommissioni, né mi mettono paura, né in confusione, gli stratagemi d’innamorati; e se ben non arrivo ch’a quindici anni, i quali haverò, secondo il conto della mia avola, questo prossimo San Michele, son’ homai fatta vecchia nelli pensieri, e so giudicare più oltre di ciò che la mia età permette, e questo più per buona mia natura che per esperienza. Però, o che quella o questa me l’habbia insegnato, io so che l’amorose passioni negl’innamorati novelli sono come impeti indiscreti, che fanno traviare la volontà dalla retta ragione, la quale, non stimando inconvenienti, inavedutamente si precipita dietro alli suoi desideri, e credendo di giongere alla bramata gloria degli occhi suoi, vien’ a cadere nell’ inferno de’ suoi tormenti. E s’ella conseguisce quello che desidera, menoma il desiderio con la possessione della cosa desiderata, e forse anco aprendo all’hora gli occhi dell’intelletto, vede esser bene che abhorrisca ciò che per innanzi tanto da lei amato era. Questo timore mi fa star sull’ avviso di modo tale che niuna parola credo e di molt’opere dubito. Una sola gioia io tengo, che più della propria vita stimo, ed è questa la mia purità e verginità; e non l’ho da vendere a prezzo di promesse e donativi: perché al fine, per qualunque si fosse cosa ch’ella fosse venduta (se puol’essere comprata), sarebbe prezzo di molta poca stima. Né astuzie, né inganni me la torranno; anzi, io penso di voler ch’essa venga meco alla sepoltura, e forse al cielo, che porla in pericolo, che chimere e fantasie insognate l’insultino e le facciano violenza. È fiore quello della verginità, che s’è possibile, né anche con l’imaginazione, non si deve lasciar’ offendere. Spiccata la rosa dal rosaio, con che brevità e facilità diventa vizza e secca? Questo la tocca, quello l’annasa, quell’altro la sfoglia, e, finalmente, fra rustiche mani si disface. Se tu, signore, vieni solamente per questa gioia, certissimo non l’haverai, se non legata con legature e lacci del matrimonio: imperoché se la verginità si ha da sottoporre, non ad altro lo deve fare ch’a questo santo giogo, ed all’hora non è perduta, ma impiegata in fiera tale, che promette honor’ e felici guadagni. Se tu vuoi essere mio sposo, io sarò la tua sposa, ma hanno da precedere molte condizioni e prove. Per la prima, voglio sapere se sei quello che dici, e trovand’ io essere questo verità, all’hora haverai da lasciare la casa di tuo padre, e cambiar quella per i nostri alberghi, o capanne, e prendendo habito da cingaro, havrai da stare a noviziato due anni nelle nostre scuole: in capo del qual tempo, io vedrò se la tua condizione mi potrà sodisfare, e tu vedrai la mia. E fatta questa prova, se di me ti contenterai, e di te io, mi ti darò per tua sposa: ma sino a quell’hora ti debbo essere come sorella nel conversare, e nel servirti humilissima serva. E tu hai da considerare, che nel tempo di questo noviziato, potrebbe essere che tu ricuperassi la vista (che hora per mio credere devi haver perduta, od almen’ è intorbidata), e tu vedessi che ti conveniva fuggire quello ch’adesso con tant’ affetto seguiti, e ricuperando la perduta libertà, con un buon pentimento rimarrai perdonato della tua colpa. Se con queste condizioni vuoi arrollarti per soldato nella nostra milizia, sta in arbitrio tuo il farlo; ma se mancherai in alcuna, non pensar di accostarti alla mia conversazione.
Restò stupido il gentilhuomo delle parole di Preziosa, e come fuor di sé, posesi a guardare fissamente in terra, dando a conoscere ch’egli stava considerando quello che risponder dovesse. Il che veggendo Preziosa, tornò a dirgli:
-Non è questo negozio di sì poco momento che nel breve spazio di tempo che noi habbiamo si possa, o si debba, risolvere. Ritorna, signore, a Madrid, e considera più ponderatamente ciò che ti sia meglio, che in questo medesimo luogo tu potrai parlar meco tutte le feste che vorrai, quando andiamo o ritorniamo dalla città.
Al che rispose il gentilhuomo:
-Quando il Cielo mi dispose ad amarti, Preziosa mia, deliberai di far per te ogni cosa che fosse di tuo gusto e ti piacesse comandarmi, ancorché mai mi cadé in pensiero, che tu dovessi chiedermi quello c’hora mi chiedi. Nulladimeno, già che’l tuo volere è che il mio con lui quadri e si aggiusti, ponimi nel numero de’ cingari insin d’adesso, e fa di me tutte quelle isperienze che più ti piaceranno, che sempremai mi troverai essere il medesimo che hoggi mi ti significo. Dimmi quando tu vuoi ch’io muti quest’habito, che in quanto a me vorrei che fosse hora, percioché con l’occasione che ho di dover gire in Fiandra, ingannerò mio padre e mia madre, da’ quali haverò denari da spendere per alcuni giorni, e fra otto dì in circa, io potrò star’ in ordine per la partenza. Coloro che verranno meco, saprò sì destramente anch’ingannare, che’l mio intento mi verrà fatto. Quello ch’io ti chieggo, è (se pur posso havere ardimento di chiederti, o supplicarti d’alcuna cosa), che da hoggi in poi (per poter’ informarti della qualità mia, e di quella de’ miei parenti) non vadi più a Madrid: percioché non vorrei che alcuna delle troppo spesse occasioni che quivi si possono appresentare, m’involasse questa ventura che m’è sì cara, e che tanto mi costa.
-Questo no, signor gentile, -rispose Preziosa-, e sappi che meco ha da esser sempre una libertà non impedita, e senza ch’ella sia soffocata né perturbata dalla molesta gelosia: e sappi ancora, che non me ne prenderò tanto, che non si conosca ben da lontano che la mia honestà è tanta quanta sia la mia licenza. La prima carica ch’io t’impongo, è quella della confidanza che tu debbi haver’ in me. E ti ricordo (e questo osservalo) che gli amanti che cominciano ad amare con gelosia, o sono semplici, o non confidenti.
-Tu hai il demonio in corpo, fanciulla mia, -disse all’hora la vecchia cingara-; tu dici cose che dir non le saprebbe un dottor del collegio di Salamanca! Tu sai d’amore, di gelosie, di confidenze. Come può esser questo? Tu mi fai impazzare, e ti sto ascoltando come s’ascolta una inspiritata, quando parla latino senza haverlo imparato, e senz’intenderlo.
-Taci, avola mia, -rispose Preziosa-, e sappi che tutte le cose che tu mi senti dire, sono da niente, e bagatelle, rispetto a quelle molte più importanti ch’ancor mi restano in mente.
Tutto quello che Preziosa diceva, e tutto il giudizio ch’ella mostrava di havere, era un’aggiongere legna al fuoco che ardeva nel petto dell’innamorato cavaliere Andrea. In fine, finirono di ragionare, e restaron’ in questo: che d’indi a otto giorni ritornerebbono a rivedersi nel medesimo luogo, dov’egli saria venuto a dar conto del termine in che si ritrovarebbono i suoi negozi; ed essi in quel mentre havriano havuto tempo d’informarsi se fosse vero ciò ch’egli haveva loro detto. Il giovine all’hora cavò dalla saccoccia una borsetta di brocato, con cento scudi d’oro dentro, e quelli diede alla cingara vecchia: ma non voleva Preziosa che a patto nessuno quelli prendesse. A cui la vecchia:
-Taci, figliuola, che il più certo segno che questo signor habbia dato d’essersi reso è l’haver dato l’arme per segno di rendimento; ed il donare in qual si sia occasione, fu sempr’ indizio d’animo generoso. E ricordati di quel proverbio che dice: il Ciel pregando, e con il mazzo dando; cioè, che noi dobbiamo aiutarci nelle occasioni, pigliando sempre quando ne vien’ offerto. Oltra, ch’io non voglio che per me le cingare si perdano il nome che per lo spazio di lunghi secoli si hanno acquistato, d’avide al guadagno, e di guardinghe. Tu vuoi ch’io rifiuti cento scudi, e d’oro in oro? Che possono stare cusciti in uno ripostiglio, o piega di sottana, che vaglia manco di due reali, ed ivi guardarli bene, come se fosse una ragione di rendita da prencipe sopra i campi pascoli d’Estremadura. E se per disgrazia alcuni dei nostri figliuoli, nipoti, o parenti venisse nelle mani della giustizia, qual’ intercessione potrebbe accostarsi tanto alle orecchie del giudice, o del notaio, quanto quella di questi scudi, quando si presentassero per entrare nella borsa? Tre volte per tre delitti differenti mi son quasi veduta su l’asino per essere frustata, e dall’una mi liberò un boccale d’argento, dall’altra una filza di perle, e poi dall’altra quaranta reali da otto. Avvertisci, puta mia, che noi esercitiamo un’officio grandemente pericoloso, e nelle sue violente occasioni tutto pieno d’intoppi, dove non è diffesa che più presto n’aiuti e protegga, che l’arme coniate ed invincibili del gran Filippo; al plus ultra di queste colonne d’Ercole non si può passare innanzi. Per una doppia da due teste si muta ed a noi si mostra allegra la faccia arcigna e disdegnosa dell’avido procuratore, e di tutti gl’ingordi ministri della morte, che son’ harpie di noi povere cingare; e più si pregiano di spelarci e scorticarci, che non farebbe un’ assassin da strada; e mai per istracciose e disgraziate che ci veggano, ne tengono per povere, ma dicono che siamo come i giubboni delli pitocchi di Belmonte, rotti, unti e bisunti, e pieni di doppie d’oro.
-Per vita vostra, avola, -disse Preziosa-, non dite più altro, c’havete punti e termini nell’allegare tante leggi circa ed in favore del ricevere il denaro, che non v’arrivano quelle che fecero gl’imperadori. Restate dunque con quegli scudi, ed il buon pro vi faccia, e voglia Iddio che gli sotterriate in luogo di dove mai più tornino per occorenza di bisogno a riveder la luce del sole. A queste nostre compagne, ragion vuole che lor si dia qualche cosa, perché è molto tempo ch’elle ci stanno aspettando, e già lor deve increscere della nostra tardanza.
-Così elle vedranno queste monete, -soggionse la vecchia-, come hora le vede il Gran Turco. Ma questo liberal signore vedrà se gli sia restata qualche moneta d’argento, o quattrini, e gli spartirà fra di esse, che d’ogni poco resteranno contente. -Sì, che ne tengo, -disse il gentilhuomo, e cavò dalla tasca tre reali da otto, e gli spartì fra l’altre tre cingarette, che con quelli restarono più allegre e sodisfatte che non suole restare un componitor di comedia, quando in concorrenza ed a gara d’un’ altro, sogliono in favor di lui, sui cantoni delle strade affiggere cartelli che dicano, o gridar quando ei passa “Victor, Victor!”.
In somma, concertarono, come s’è detto, la tornata colà d’indi a otto giorni, e che il gentilhuomo, fatto che fosse cingaro, si dovesse chiamare il Cavalier’ Andrea, a differenza e perché ancora fra gli altri cingari ve n’erano di questo proprio nome. Non hebbe ardimento il Cavalier’ Andrea (così da qui innanti lo chiameremo) di abbracciare Preziosa, anzi lasciando in lei insieme con la vista l’anima, senza di quella (se questo si può dire) partissi, ed entrossene in Madrid, ed esse contentissime fecero il medesimo. Rimase Preziosa alquanto affezzionata (ma più da pura benevolenza che da impur’ amore) alla leggiadra e gagliarda disposizione del gentilhuomo, e già desiderava d’informarsi, s’ei fosse tale come detto le haveva. Perilché entrò in Madrid, ed hebbe caminato poche strade ch’ella s’ incontrò nel paggio poeta, che le haveva dato i versi e lo scudo. Quando egli la vidde, si accostò a lei dicendo:
- Tu sii la ben trovata, Preziosa. Hai tu mai letti i versi che poco fa ti diedi?
Al quale Preziosa:
-Prima ch’io risponda alla tua dimanda, tu m’hai da dire una verità, per vita di chi più ami.
-Questo è ben uno scongiuro, -disse all’hora il paggio-, che quantunque il dirla mi costasse la vita, non negarò in nessuna maniera di dirlati.
-Or, -disse Preziosa-, la verità che voglio che tu mi dichi, è se, per avventura, sei poeta.
-In quanto all’esser poeta, -rispose il paggio-, sta bene che hai detto “per avventura”. Però, debbi sapere Preziosa, che questo nome di poeta sono pochissimi che lo meritino: e così io non lo sono, ma sì ben’ affezzionato alla poesia; e quando che ho bisogno di versi, io non vado a mendicare quelli d’altri. Quei che ti detti sono di mia invenzione, ed ancor questi, che ti do hora; ma non per questo sono poeta, e che io lo sia, tolgalo Dio.
- Perché, è tanto male l’esser poeta? -soggionse Preziosa.
- Male non è, -rispose il paggio-, ma non sapere altro, e non attendere ad altro che a poetare, non l’ho per molto buona cosa. Hassi da usare la poesia come una gioia preziosissima, il cui posseditore non la porta ogni giorno, né a tutti, né ad ogni passo la mostra, ma solamente quando conviene. La poesia è una donzella dotata d’isquisita bellezza, casta, honesta, e discretta, accorta e ritirata ne’ limiti della discrezione, i quali non trapassa mai. Ella è molt’amica di solitudine. Le fonti la trattengono, i prati la consolano, gli alberi la disnoiano, i fiori la rallegrano: e, finalmente, diletta, ed insegna [a] quanti con lei conversano.
-Con tutto ciò, -rispose Preziosa-, ho udito spesso dire ch’ella poverissima sia, ed habbia qualche cosa di mendica.
-Anzi, è al contrario, -repricolle il paggio-, perché non è poeta che non sia ricco: posciaché tutti si vivono contenti nel loro stato: filosofia che pochi conseguiscono. Ma chi t’ha mossa, Preziosa, a farmi cotale domanda?
-M’ha mosso a fartela, -rispose ella-, questo: che come io tengo tutti i poeti, o la maggior parte di essi, per poveri, gran meraviglia mi causò quello scudo d’oro che tu mi desti co’ tuoi versi involto. Ma hora ch’io so che tu non sei poeta, ma solamente affezzionato alla poesia, potrebbe essere che tu fossi ricco, di che dubito tuttavia: perché egl’è da presupporre che quanto a quella parte che ti tocca di fare versi, verrai a consumare quanta robba tu tieni, atteso che nessun poeta (per quello, che si dice), sa conservar la robba ch’egli possiede, né acquistarsi quella che non ha.
-Io dunque non son poeta, -soggionse il paggio-, benché io faccia versi, perché non sono né ricco, né povero, ma posso ben donare uno scudo, o due, a chi mi pare e piace, senza sentirne danno, né scontarlo come fanno i genovesi i lor conviti. Pigliate, perla preziosa, questa seconda carta, con questo secondo scudo involto in essa, senza cercar più oltre s’io sia poeta, o no. Solo voglio che sappiate, che chi questo vi dona, vorrebbe havere le ricchezze di Mida, o di Creso, per donarvele tutte. E così dicendo le diede la carta, e tastandola Preziosa, sentì che dentro era lo scudo, e disse:
-Ha questo foglio da vivere molti anni, perch’egli si tien’ in corpo due anime: una quella dello scudo, e l’altra quella dei versi, i quali sempre vengono pieni d’anime e di cuori. Però sappi, signor paggio, che non voglio tant’anime con esso meco, e se non ne caverai l’una, non pensar ch’io riceva l’altra. Per poeta ti voglio, e non per donatore, e di questa maniera l’amicizia fra noi potrà durare; poiché più presto può mancar’ uno scudo per saldo ch’egli sia, che la fatica di fare i versi d’un romanzo. - Posciache così è, -soggionse il paggio-, che tu vuoi, Preziosa, che povero per forza io sia, non rifiutare però l’anima, che in quella carta t’invio, e ritornami lo scudo, il quale, purché con la tua mano lo tocchi, il serberò (come sogliono dire) per reliquia, mentre c’haverò vita.
All’hora Preziosa cavò lo scudo dalla carta, e glielo diede, e si ritenne il foglio, ma per decenza non volle leggerlo sulla strada. Il paggio si licenziò da lei molto contento, credendo, per quant’era seguito, ch’essa si fosse arresa all’amor suo, poiché con tanta domestichezza ed affabilità con esso lui parlato haveva. Teneva Preziosa fitto il pensiero nel trovare la casa del padre di Andrea, senza fermarsi a ballare in nessun luogo. Così havendo caminato poco, gionse in quella strada (ch’ella sapeva bene) dov’egli habitava, e quando fu a mezzo d’essa, alzò gli occhi ad alcune finestre c’havevano le ferriate indorate, com’esso le haveva dato per segno, e vidde a quelle un cavaliere d’anni cinquanta in circa, con una croce vermiglia in sul petto, ed era gentilhuomo d’aspetto e di presenza venerabil’ e grave; il quale, appena hebbe vedute le cingarette, che disse:
- Salite, putte, che qui vi sarà data limosina.
In questo dire si fecero alle finestre altri tre gentilhuomini, e con essi ancora l’innamorato cavaliere Andrea, il quale, quando vidde Preziosa, se gli smarrì il colore in viso, e stette in poco che non perdesse il sentimento, tanta fu la turbazione che gli arrecò quell’impensata di lei presenza. Entrarono in casa tutte le cingarette, e salirono alla sala, e la vecchia restò da basso ad informarsi dai famigli di casa, se fosse vero quello ch’Andrea haveva loro detto. Nell’entrare le cingarette in sala, diceva agli altri il cavaliere vecchio:
- Questa, senz’altro, dev’essere la bella cingaretta, che (come ho sentito dire) va per Madrid.
- È dessa, -soggionse il Cavalier’ Andrea-, e senza dubbio è la più bella creatura che mai s’habbia veduto.
-Così si dice, -disse all’hora Preziosa (che’l tutto haveva udito entrando in sala)-, ma affé, che s’ingannano della metà del giusto prezzo. Credo, però, d’essere qualche poco bella; ma tanto bella quanto dicono, questo non penso.
Allhora disse il cavaliere vecchio: -Per vita di don Giovannino, mio figliuolo, che sete, ò bella cingaretta, assai più bella di quello che si dice!
-E qual’ è don Giovanni vostro figliolo? -domandò Preziosa.
-Cotesto giovine, -rispose il cavaliere-, c’havete allato.
-Invero, -disse Preziosa-, ch’io credeva che voi giuraste per qualche vostro figliuolino di due anni. Guardate per vita vostra, che don Giovannino è quello! E che bamboccio! Vogliamo dir’ il vero, egli potrebbe esser già ammogliato, e per alcune linee che gli veggo in fronte, senza fallo non passeranno tre anni che lo sarà, e molto a suo gusto; purché sin’ a quel tempo egli non se la perda, o gli si muti.
-Basta, -(disse uno di quelli, ch’eran presenti)-, che la cingaretta s’intende di linee!
In questo, l’altre tre cingarette tiraronsi in un cantone della sala, ed appressatesi l’una all’altra, per poter’ insieme parlare senza esser’ udite, con voce bassa disse Cristina:
-Sorelle care, quello là è il cavaliere che questa mattina m’ha dati li tre reali.
-Egli è vero, -dissero l’altre-; ma zitto, non ce lo mentoviamo, se prima non ne parla. Che sappiamo, s’ei voglia che ciò si sappia?
Mentre che così stavano le cingarette a ragionare tra di loro, rispose Preziosa a colui, che le haveva detto delle linee:
- Io m’indovino toccando co’l dito, quello che veggo con gli occhi. So del signore Giovannino, senza guardar’ a linee, ch’egli sia alquanto innamorato, cioè d’innamorata complessione, impetuoso, e sollecito, o frettoloso, e gran promettitore di cose che paion’ impossibili; e voglia Iddio, ch’egli non sia bugiardetto, che questo sarebbe il peggio di tutto. Egli ha da fare in questo tempo un viaggio molto lontano; ma una cosa pensa di fare il cavallo, ed altra quello che l’insella. L’huomo propone, e Dio dispone. E forse, s’egli si penserà d’andare in Levante, ch’anderà in Ponente.
Alle quali parole rispose don Giovannino:
- Invero, cingaretta, che l’hai indovinata in molte cose della mia condizione, ma nell’esser bugiardo tu non cogli nel segno, perché molto lontana sei dalla verità, atteso che io faccio professione di veritiere in ogni tempo. In quanto al viaggio lungo, tu hai dato nel vero, poiché senz’altro, piacendo a Dio, fra quattro o cinque giorni mi partirò per Fiandra: ancorché tu m’accenni, ch’io habbia da torcere il viaggio. Già non vorrei che in quello mi succedesse qualche disturbo, che me ne sviasse.
-Taci, signorotto, -disse Preziosa-, e raccomandati solamente a Dio, che’l tutto passerà bene; e sappi, ch’io non so cosa alcuna di quel che dico, e non è meraviglia, che parlando io assai, ed all’ingrosso, di varie cose, essere possa che per discorso naturale io dica qualche verità. Vorrei poter persuaderti che tu non ti partissi, e quietassi l’animo tuo a starti co’l tuo padre e la tua madre, acciò tu sii loro la consolazione della loro vecchiezza: che non mi pare buon consiglio, né buona risoluzione, questo andar’ in Fiandra, massimamente a’ giovani di tenera età come la tua. Lasciati crescer gli anni, perché tu possi reggere alle fatiche della guerra: e tanto più, che gran guerra tu hai in casa tua, e che moltissimi amorosi combattimenti ti turbano l’animo. Quietati, quietati furiosetto, ed avvertisci bene a quello che tu fai, avanti ch’ammogliarti, e dacci un’elemosina per amor di Dio, e per quello che sei, che senza dubbio credo che sii ben nato: e se con questo concorrerà ch’io habbia detto il vero, canterò le tue vittorie e l’haver io ben’ accertato.
-In quanto a quello che già t’ho detto, di nuovo io ti dico Ninna, -(le disse don Giovannino, che doveva di breve esser’ il Cavalier’ Andrea) che in tutto ciò c’hai detto, t’aggiusti al vero, eccetto nel dubbio che dici havere ch’io non riesca verace, perché in questo tu t’inganni d’assai. La parola ch’io do in campagna, l’attenderò nella città, o dovunque che sia, senz’esserne richiesto, poiché non può pregiarsi del nome di cavaliere chi dà nel vizio di bugiardo. Il mio padre per me darati la limosina, per amor di Dio, perché questa mattina, a dir’ il vero, diedi quanto haveva a certe dame, le quali per essere così lusinghiere, come son belle, specialmente una di quelle, non m’avanzò neanche un bagattino.
Udendo questo Cristina, con l’accorta segretezza dell’altra volta, disse all’altre cingarette:
-Ch’io sia ammazzata, care sorelle, s’egli dice questo per i tre reali da otto che ci diede questa mattina!
-Ciò non può essere, -rispose una dell’altre due-, perché ha detto ch’erano dame, e noi non siamo dame; ed essend’egli così verace, com’ei dice, non è credibile che volesse mentir’ in questo.
- Non è bugia di tanta importanza, -replicò Cristina-, quella, che si dice senza pregiudizio d’alcuno, ma per comodo e credito di colui che la fa valere. Con tutto ciò, non veggo che qui ci sia dato cosa veruna, né che ci facciano ballare.
In questo stante salì le scale la vecchia cingara, e disse:
-Nipote mia, finisci che si fa tardi, e vi è molto che fare, e più che dire.
-E cosa v’è di nuovo, avola? Vi è figliuolo, o figliuola? -disse Preziosa.
-Figliuolo, e molto gentile -rispose la vecchia. Vieni, Preziosa, e udirai vere meraviglie.
- Piaccia a Dio, ch’egli non ci muora così presto come ci è nato, -disse Preziosa.
-Tutto anderà bene,- replicò la vecchia-, e tanto più che sin qui è stato il parto felice, e l’infante è bello come l’oro.
- Ha forse partorito qualche signora?- addimandò il padre del Cavalier’ Andrea.
- Signor sì, -rispose la cingara-, ma il parto è stato tanto secreto, che nessun l’ha saputo da Preziosa ed io in poi, ed un’altra persona; ma non possiamo dire chi ella sia.
-Né qui lo vogliamo sapere, -disse uno di quei gentilhuomini ch’erano presenti-; ma infelice è ben quella che fida i suoi secreti alle vostre lingue, e che nel vostro aiuto pone il suo honore.
- Noi cingare non tutte siamo cattive, -rispose Preziosa-, e forse vi è tale cingara fra noi che si pregia di essere secreta e verace tanto quanto il più attilato gentilhuomo che sia in questa sala. Orsù, avola, andiamo che qui poca stima fanno di noi! Sappiate, signore, che non siamo ladre, e non preghiamo nessuno.
-Non andar’ in colera, Preziosa, -disse il padre del Cavalier’ Andrea-, che almeno di voi, credo che non si possa presumere cosa mala, perché la vostra buona ciera vi dà credito, ed è sicurtà delle vostre buone opere. Per vita vostra, Preziosetta, ballate un poco con le vostre compagne, che ho qui una doppia d’oro da due faccie, ma nessuna di quelle è bella come la vostra, ancorché siano di due re.
Appena questo suono hebbe tocco l’orecchio della vecchia, quando disse:
- Orsù figliuole, accingetevi, e date spasso e contento a questi signori. Pigliò Preziosa i suoi sonagli, e dando le lor giravolte attorno, fecero e disfecero tutti i lor lacci ed intrecci, con tanta grazia, sveltezza, e prontezza, che gli occhi di tutti parevano attaccati ai piedi di quelle, specialmente quelli del Cavalier’ Andrea, che gli teneva fissi alli piedi di Preziosa, quasi havessero quivi havuto il centro della lor gloria; ma la mala sorte la perturbò in modo che gliela convertì in un’inferno d’angustie, e questo fu che nella fuga del ballo, cadette a Preziosa il foglio che le haveva dato il paggio, ed appena era caduto che lo raccolse quel gentilhuomo che non haveva in buon concetto le cingare, ed aprendolo subito, disse:
- Habbiamo qui un buon sonetto! Cessate di ballare, ed ascoltatelo, che io giudico dal primo verso ch’egli non è punto da sciocco.
Dispiacque oltramodo a Preziosa per non sapere il tenore di quello, non havendolo ancora letto, perché pregò che non lo leggessero, e ce lo tornassino, e quella efficace istanza che ne faceva, speronava ed affrettava il desiderio del Cavalier’ Andrea di udirlo. E finalmente il gentilhuomo lo lesse ad alta voce, e così diceva:
Quando Preciosa el panderete toca,
Y hiere el dulce son los ayres vanos
Perlas son, que derrama con las manos,
Flores son, que despide de la boca.
Suspensa el alma, y la cordura loca.
Queda a los dulces actos sobrehumanos,
Que de limpios, de honestos, y de sanos
Su fama el[19] cielo levantando[20] toca.
Colgadas del menor de sus cabellos,
Mil almas lleva, y a sus plantas tiene
Amor rendidas una, y otra flecha:
Ciega, y alumbra con sus soles bellos,
Su imperio amor por ellas le mantiene,
Y aun mas grandezas da su ser sospecha.
Da cavaliere disse colui che lesse il sonetto:
-Che tiene grazia, e se n’intende il poeta, che l’ha fatto.
-Non è poeta, signore, -disse Preziosa-, ma un paggio molto garbato, e molto da bene.
Avvertite, Preziosa, a quello che havete detto, ed a quello ch’andarete dicendo, perché queste non son lodi da paggio, ma lancie che trafiggono il cuore del Cavalier’ Andrea che le sta ascoltando. Volete ciò vedere ninna? Volgete gli occhi, e lo vedrete quasi fuor di sé, sopra una seggia, con sudori di morte. Non pensate donzella, che questo cavaliere v’ami da burla, e che non lo turbi e ferisca la minima delle vostre inavertenze. Accostatevi in buon’hora, e ditegli qualche parola all’orecchio, che vada diritto al cuore, e lo ritorni in sé: o se no, andate ogni giorno a pigliar sonetti in lode vostra, e vedrete a che termine ve lo ridurranno.
Tutto questo occorse nella maniera che si ha detto, perché il Cavalier’ Andrea, udendo il sonetto, fu di repente assalito da mille gelose imaginazioni, che tutto lo commossero; non tramortì, ma però perdé il colore, talché veggendolo suo padre disse:
-Che hai don Giovannino, che pare che tu senta qualche svenimento, per quel che ne mostra lo smarrito colore.
-Aspettate, -disse all’hora Preziosa-, lasciatemegli dire alcune parole all’orecchia, e vedrete che lo ritorneranno subito in sé.
Ed appressandosi a lui, gli disse, quasi senza muovere le labbra:
-Oh gentil’ animo per essere cingaro! Come potrete Andrea, sofferire il tormento, che tocca da dovero, poiché non potete sopportare quello solamente dipinto in una carta?
E facendoli meza dozzina di segni sopra il cuore appartossi da lui: ed all’hora Andrea Cavaliere, respirò un poco, e diede segno che le parole di Preziosa gli havevano giovato. Finalmente la doppia d’oro da due faccie fu data a Preziosa, ed ella disse alle sue compagne che la scambierebbe, e spartirebbe fra di loro eguale ed honoratamente. Il padre del Cavalier’ Andrea le disse che gli lasciasse in iscritto le parole ch’ella havea dette a don Giovanni, che le voleva sapere per quello che le potesse occorrere. Ella rispose, che molto volontieri, e che sapessino che, quantunque quelle paressero cose da burla, havevano special virtù contra il mal di cuore, e le vertigini di testa, ed eran queste le parole:
Cabezita, cabezita
Y apareja dos puntales[21]
De la paciencia bendita:
Solicita
La bonita
Confianzita,
No te inclines
A pensamientos ruynes,
Verás cosas
Que torquen en milagrosas,
Dios delante
Y San Christobal Gigante.
Quando la cingara vecchia udì l’astuzia e l’impostura dello scongiuro, restò stupefatta, ma molto più il Cavalier’ Andrea, che vidde esser tutto invenzione del suo acuto ingegno. Si restarono quei signori co’l sonetto, perché Preziosa non volle più domandarlo loro, per non causar’ altra alterazione al Cavalier’ Andrea: percioché ben sapeva, senza essere insegnata, quel ch’era dar turbazione e martello a’ gelosi amanti. Licenziaronsi le cingare, e, nel partirsi, disse Preziosa a don Giovanni:
-Sappi, signore, che qualsivoglia giorno di questa settimana è prospero per partenze, e nessuno è sfortunato; affretta il partirti più presto che potrai, che t’aspetta una vita larga, libera, e molto gustosa, se vuoi accomodarti ad essa.
-Non è tanto libera, -rispose don Giovanni-, quella del soldato (al mio parere), ch’essa non habbia più di soggezzione che di libertà. Pure, con tutto questo, farò ciò che vedrò essere per il meglio.
-Più vedrai, -soggionse Preziosa-, di quello che tu pensi, e Dio ti guidi e ti dia felice viaggio, come merita la tua buona e nobile presenza.
Di queste ultime parole restò contento il Cavalier’ Andrea, e le cingare sodisfattissime si partirono. Poscia scambiarono la doppia, ed egualmente spartiro[n]la fra esse, ancorché la vecchia guardiana si ritenesse sempre una parte e mezza di più di quello che si raccoglieva, sì per la maggioranza, come perch’ella era la bussola, per la qual si guidavano nel gran mare de’ loro balli, facezie, ed inganni.
Ven[n]e finalmente quel giorno, che il Cavalier’ Andrea una mattina molto per tempo comparve sopra una mula da nolo senza nessun servitore, nel medesimo luogo dove la prima volta parlò con Preziosa, ed ivi trovolla insieme con l’avola sua; le quali, havendolo conosciuto, lo ricevettero con molta allegrezza. Ei disse loro che lo conducessino al lor’ albergo, avanti che il giorno si facesse più chiaro, e fossero scoperti i segni a’ quali poteva essere conosciuto, se per avventura e mala sorte fosse mandato alcuno a cercarlo. Elleno, che come avvedute erano venute sole a quel luogo assegnato, s’inviarono per lo dritto camino, e di lì a poco gionsero alle sue capanne.
Entrò il Cavaliere Andrea in una di quelle, che era la maggiore dell’albergo, e subito corsero a vederlo dieci o dodici cingari tutti giovani e tutti gagliardi e disposti, a’ quali già la vecchia haveva dato conto del nuovo compagno che doveva venire, né fu bisogno di raccomandar loro tener secretta quella sua venuta: perché, come già si è detto, osservano la segretezza con molta sagacità e puntualità mirabile e mai veduta altrove. Subito addocchiarono la mula, e disse un di loro:
-Questa si potrà vendere giovedì in Toledo.
-Questo no, -disse il Cavalier’ Andrea-, perché non c’è mula da nolo, che non sia conosciuta da tutti i vetturini che noleggiano in Ispagna.
-Per mia fé, Signor Cavalier’ Andrea, -disse uno de’ cingari-, che se ben la mula havesse più segni che non ha il Zodiaco, qui la trasformaremo in maniera che non la conoscerebbe la madre che la partorì, né il padrone che l’ha allevata.
-Ciò nonostante -disse il Cavalier’ Andrea-, per questa volta si ha da seguir’ il mio parere per il meglio. Questa mula bisogna ammazzarla, e sotterrarla in luogo dove neanco l’ossa appariscano.
-È peccato grande -disse un’altro cingaro-, ad una innocente si ha da levar la vita? Non dir tal cosa, buon cavaliere, ma fa così: guardala ben’ adesso in modo che ti restino ben’ impressi tutti i suoi segni nella memoria, e lasciala a me, e se da qui a due hore la conoscerai, che sia io inlardelato come un moro fuggitivo.
-A patto alcuno, -disse il Cavalier’ Andrea-, acconsentirò che la mula non muora, ancorché più mi assicuri la sua trasformazione. Io temo essere scoperto, s’ella non sarà coperta di terra. E se la vorreste viva per l’utile che se ne potrebbe cavare vendendola, non vengo qui tanto sproveduto ch’io non possa pagare di mancia per la mia entrata a questa compagnia, più di quello che vagliono quattro mule.
-Poiché così vuole il Signor Andrea Cavaliere, -disse un’altro cingaro-, muoia l’inocente; e sa Dio se mi rincresce, sì per la sua gioventù, poscia che fa ancora denti (cosa non solita fra le mule da nolo), come perché la deve caminar bene, poiché non ha croste ne’ fianchi, né segno alcuno di spronate.
Prolongossi la sua morte sin’ alla notte, e nel tempo che restava di quel giorno, si fecero le cerimonie dell’entrata ed assonzione del Cavalier’ Andrea ad esser cingaro, e furono in questo modo: subito sgombrarono un’albergo de’ migliori della lor’ habitanza, e l’infrascarono di rami e giunchi, e facendo sedere il Cavalier’ Andrea sopra un tronco di sughero, gli posero in mano un martello ed una tenaglia, ed al suono di due chitarre, che dui cingari suonavano, gli fecero spicare due capriole, poi gli snudarono un braccio, e con una cintola di seta nuova legatolo ed avvoltatala con un bastone, glielo strinsero pianamente.
A tutte queste cerimonie stette presente Preziosa, e molt’altre cingare vecchie e giovani, delle quali altre con meraviglia, altre con amore, lo miravano, tal’ era la gagliardezza del Cavalier’ Andrea, che anco i cingari gli restaron’ affezzionatissimi. Fatte dunque tutte queste cerimonie, un cingaro vecchio prese per la mano Preziosa, e fermatosi davanti al cavaliere, disse:
-Questa fanciulla, ch’è il fiore ed ornamento di tutta la bellezza delle cingare che noi sappiamo che siano in Ispagna, ti consegnamo sin’ hora o per sposa, o per amica, che in questo tu puoi fare ciò che più sarà di tuo gusto: percioché la libera e larga nostra vita non è soggetta a molti accarezzamenti. Guardala bene, e rimirala pure se ti aggrada, o se no, se tu vedi in lei alcuna cosa che non ti piaccia, eleggi di queste donzelle, che qui sono, quella che più ti sodisfaccia, che noi te la daremo, ma avvertisci, c’havendola eletta una volta, tu non la devi mai lasciare in qualsivoglia modo, né meno t’hai da impacciare, né frammetterti, con maritate, né con l’altre donzelle.
Noi osserviamo inviolabilmente la legge dell’amicizia, niuno sollecita quel dell’altrui; viviamo esenti e liberi dell’amara pestilenza delle gelosie fra noi; e se bene vi sono molt’incesti, non vi sono però adulteri, e quando vi cade la moglie propria, od in qualche vigliaccheria l’amica, non andiamo dalla giustizia a domandar gastigo: noi stessi siamo i giudici ed i carnefici delle nostre spose, od amiche; con la medesima facilità le ammazziamo, e le sotterriamo per le montagne e per i deserti, come se fossero animali nocivi, e non ci sono parenti che le vendichino, né padre, né madre che ci domandino conto della lor morte. Con questo timore e paura, elle procurano di esser caste, e noi (come già ho detto) viviamo sicuri. Poche cose habbiamo che non siano comuni tra di noi tutti, dalla moglie, o l’amica, in fuori, perché vogliamo che sia cadauna di quello a chi toccò in sorte. E fra noi, così fa divorzio la vecchiaia come la morte. Chi vuole può lasciare la moglie vecchia, s’egli è giovine, ed eleggersene un’altra che corrisponda al gusto de’ suoi anni. Con queste, e con altre leggi e statuti, ci conserviamo e viviamo allegri, siamo signori delle campagne e delli seminati, delle selve, de’ monti, de’ fonti, e de’ fiumi. I monti ci danno legna senza pagarla, gli alberi frutti, le viti uva, gli horti hortaglia, le fonti acqua, i fiumi pesci, i boschi cacciagioni, ombra le rupi, le balze aere fresco, e case le grotte. Per noi i venti infuriati sono zefiri soavi, refrigerio le nevi, bagno le pioggie, torcie i lampi, e musica i tuoni. Per noi i duri terreni son molli piume; la pelle indurita de’ nostri corpi ci serve di arnese impenetrabile, che ci difende; la nostra leggierezza e velocità non è impedita da vincoli, né ceppi, né ritenuta da anfratti, né le fanno contrasto i muri; il nostro animo non da lacci è piegato, né per tratti di corda diminuito, né da cavaletti[*] domato, o da altri tormenti vinto.
Dal sì al no, non facciamo differenza, quando il dirlo fa per noi. Per noi si allevano le bestie da somma ne’ campi, e si tagliano le borse nelle città. Non c’è aquila, od alcun’ altro uccello da rapina, che più presto di noi s’avventi addosso alla preda che ci si offerisce[22]: perché ci arrischiamo a tutte le occasioni che ci accennano qualche interesse, ed utile, e finalmente teniamo molte habilità, che ci promettono felice fine; percioché nella carcere cantiamo, ne’ tormenti tacciamo, di giorno lavoriamo, di notte rubbiamo, o per dir meglio, facciamo che ognuno stia sull’avviso, e guardi bene dove pone la sua robba. Non ci dà fastidio il timore di perdere l’honore, né ci stimola l’ambizione di accrescerlo, né facciamo fazzioni o brighe, né ci leviamo a buon’ hora a dar memoriali, né a far corteggio a’ grandi, né a procurar favori. Per indorati tetti, e sontuosi palagi, noi stimiamo queste capanne e movibili padiglioni; per quadri di pittura, e paesaggi di Fiandra, quelli che ci dà la natura in questi erti monti, nevose rupi, ampi prati, e folti boschi, che ad ogni passo ci si mostrano agli occhi.
Siamo astrologi rustici, percioché dormendo noi quasi sempre al cielo scoperto, a tutte l’hore sappiamo quelle che son del giorno, e quelle della notte. Veggiamo come l’aurora nasconde, e fa sparire le stelle, e come ella spunta fuora con l’alba sua compagna, rallegrando l’aria, raffreddando l’acqua, inhumidendo la terra, e dopo quella, il sole, che vien’ indorando le cime dei monti; né temiamo di gelarci per la sua assenza, o quando per essere più vicino a noi ci percuote debolmente; né di abbrusciarsi, quando più alto ne saetta con più forza co’ suoi raggi ardenti: gli facciamo il medesimo viso che al ghiaccio, ed alla sterilità, il medesimo ancora che all’abbondanza. In conclusione, siamo gente che viviamo con la nostra industria e le nostre ugna, senza haver che fare con quel che dice l’antico proverbio: “o mare, o casa reale”. Godiamo quello che vogliamo, poiché ci contentiamo di ciò che habbiamo. Tutto questo vi ho detto, generoso giovane, acciò che sappiate la vita alla quale sete venuto, e l’esercizio c’havete da professare; il quale vi ho qui solamente abbozzato e brevemente descritto, ed altre cose molte andarete scuoprendo in quello co’l tempo, non meno degne di considerazione di quelle c’havete intese.
Tacque l’eloquente e vecchio cingaro, ed il novizio rispose che si rallegrava pur assai di haver saputo sì lodevoli statuti, e ch’egli pensava di far professione in quegli ordini così ben fondati in ragione come in finissima politica; e che solo gli rincresceva, non esser venuto più presto al conoscimento di sì allegra vita; e che da quell’hora rinonziava la professione di cavaliere, e la gloria vana del suo illustre linaggio, ed il tutto poneva sotto il giogo, o per dir meglio, sotto le leggi con che essi vivevano, poiché con sì alta ricompensa sodisfacevano al desiderio ch’egli teneva di servirgli, dandogli la bellissima Preziosa, per la quale egli lascierebbe corone ed imperi, o solo gli desidereria per servirla.
Al che rispose Preziosa in questi termini:
- Ancorché questi signori nostri legislatori habbiano trovato, per le sue leggi, ch’io sia tua, e che per tua mi ti hanno data, con tutto ciò, ho trovato per la legge della mia volontà, ch’è la più forte di tutte, che tua non debbo, né voglio essere, eccetto con le condizioni che innanzi che qua venissi fra noi due concertammo. Due anni hai da vivere nella nostra compagnia, prima che tu godi la mia, accioché tu non habbi poi da pentirti d’essere stato leggiero, né io resti ingannata per esser troppo credula e frettolosa. I patti rompono le leggi. Se quelle che ti ho proposte vorrai osservare, potrà essere ch’io sia tua e tu mio, e quando non vogli osservarle, ancora non è morta la mula, i tuoi panni sono intieri, e de’ tuoi denari non ci manca pur’ un quattrino. L’assenza tua da’ tuoi non ha fornito ancora un giorno, e di quello che te n’avanza, ti puoi servire ed haver tempo per considerare ciò che più ti convenga. Questi signori ti possono consegnare il mio corpo, ma non l’anima mia, la qual’ è libera e nacque libera, e sarà libera quanto ch’io vorrò. Se tu resterai qui, io ti stimerò molto, se te ne tornerai a casa, non ti terrò da meno. Percioché, al mio parere, gl’impeti amorosi corrono a redini sciolte, finché s’incontrino con la ragione, o co’l disinganno; e non vorrei che ti portassi meco come quel cacciatore che, correndo, raggiunge la lepre ch’ei seguitava, e potendola prendere, la lascia per correr dietro ad un’altra che fugge.
Ci sono occhi ingannati, perché a prima vista tanto gli pare l’orpello quanto il fin’ oro; ma poco dopo conoscon bene la differenza ch’è dal vero al falso. Quella bellezza, che tu dici esser’ in me, e che la stimi sopra il sole, e l’hai cara più dell’oro, che so, se d’appresso ti parrà ombra, e facendone prova la troverai lega d’alchimia? Due anni ti do di tempo ad esaminare e ponderare quello che ti convenga eleggere, o sia giusto che tu lasci. La cosa ch’una volta è comperata, cioè la donna, a condizione di matrimonio, nessuno può lasciarla, se non se la pigli la morte; però bisogna, e fia meglio, che vi sia tempo in mezzo, e molto, nel quale ella possa esser mirata e rimirata, e che si veggano in lei gli mancamenti, o la bontà che tiene. In quant’a me, non mi va per la fantasia la barbara ed insolente licenza che questi miei, ed i loro antecessori, si hanno presa di lasciare le mogli, o gastigarle quando ne vien lor voglia; perché non pensando io di fare cosa che chiami il gastigo, non voglio prendermi compagnia che dalla sua (solamente per suo gusto, o capriccio) mi scacciasse poi.
- Tu hai ragione, Preziosa, -disse il Cavalier’ Andrea-, e così, se tu vuoi che io assicuri i tuoi timori, e levi li tuoi sospetti, giurandoti che non trasgredirò un sol punto degli ordini che m’haverai imposti, guarda che giuramento ti piace ch’io faccia, o che altra sicurtà possa darti, che a tutto prontissimo mi troverai.
-Le promesse ed i giuramenti che fa lo schiavo, affinché gli sia data la libertà, poche volte si adempiscono. E tali sono, secondo me, quelli degli amanti, i quali per conseguire i loro desideri, promettono le ale di Mercurio, ed i fulmini di Giove, come promise a me un certo poeta, che giurava per la laguna Stigia. Non voglio giuramenti, Signor Cavaliere, né voglio promesse: solo voglio rimetterlo tutto alla prova ed isperienza di questo noviziato, ed a me resterà di guardarmi, se voi haveste in pensiero d’offendermi.
-Così sia, -rispose Andrea Cavaliere-; sol’ una cosa chieggo a questi signori e compagni miei, ed è che non mi sforzino a rubbare alcuna cosa, almen per lo spazio d’un mese; perché mi pare che non saprei accomodarmi ad esser ladro, se prima non precedessero molte lezzioni.
-Taci, figliuolo, -disse il cingaro vecchio-, che qui ti ammaestraremo di modo tale che nell’uffizio riuscirai un’aquila velocissimamente griffagna; e quando l’haverai appreso, lo gusterai di sorte che te ne leccherai le dita, e non sapresti mai lasciarlo. È cosa da burla l’uscire voto la mattina dall’albergo e tornarvi la sera carco?
-Ho visto alcuni di questi voti,- rispose il Cavaliere’ Andrea-, tornarvi carchi di bastonate.
-Non si pigliano trutte, etc…,- soggiunse il vecchio-, perché tutte le cose di questa vita son sottoposte a qualche pericolo, e le azzioni del ladro sono soggette a quello della galera, de’ frustamenti, e della forca; però, non perché un navilio corra pericolo, sbattuto da tempesta, di affondarsi o fracassarsi contra uno scoglio, gli altri hanno da lasciare la navigazione. Buona sarebbe che, perché alla guerra muoiono tanti huomini e cavalli, si lasciasse di fare altri soldati, e cercar’ altri cavalli! Quanto più che, quello fra noi che vien frustato per giustizia, ed è bollato d’un segno sulle spalle, tiene un’insegna da cavaliere che gli sta meglio che se la portasse su’l petto, dico di quelle buone. L’importanza si è, di non morire tirando calci al rovaio[*] nel fiore della nostra gioventù, e ne’ primi delitti: che in quanto allo scoparci le mosche dalle spalle[*], ed il bastonar l’acqua[*], non lo stimiamo una pagliucca. Figliuolo Andrea, riposati hora nel nido sotto le nostre ale, che quando sarà tempo ti caveremo a volare, ed in parte di dove senza preda non tornerai; e quel ch’è detto, sia detto, perché (come già ti ho accennato) tu hai da leccarti le dita dopo di ciascun furto.
-Dunque, per ricompensa -disse il Cavalier’ Andrea- di quello c’haverei potuto rubbare in questo tempo che mi vien conceduto di soprastare, voglio spartire dugento scudi d’oro fra tutti di quest’albergo. Appena egli hebbe ciò detto, che con grandissima prestezza gli accorsero intorno una mano di cingari, ed alzandolo di peso, e portandolo sopra le spalle, gridavano “Viva, viva il gran Cavalier’ Andrea!”; aggiongendo anco: “Viva, viva, la bella Preziosa, sua amata gioia!”. Il simile fecero l’altre cingare con Preziosa, non senza invidia di Cristina, e d’altre cingarette che si trovarono presenti: perché anco l’invidia habita ne’ villaggi de’ barbari, e nelle capanne de’ pastori, come ne’ palagi de’ prencipi, per veder’ aggrandirsi l’emulo, di cui si stima non esser tanto il merito quanto la fatica degli altri.
Fatto questo, mangiarono lautamente, fu diviso fra essi con giustizia ed egualmente il denaro promesso, furon rinovate le lodi del Cavalier’ Andrea, ed insin’ alle stelle innalzarono la bella Preziosa. Venne la notte, ammazzarono la mula, e sotterraronla di modo che’l cavaliere restò sicuro di non esser per quella scoperto; e sotterraron’ ancor con lei i suoi fornimenti, sella, briglia, cinge, e staffe, all’usanza degl’indiani, che sepelliscono con i suoi morti le lor più ricche gioie. Restò meravigliato il Cavalier’ Andrea di tutto ciò che haveva veduto, e degli acuti ingegni de’ cingari, con saldo proposito di seguire, ed eseguire, la sua cominciata impresa, senza però intromettersi punto ne’ loro pessimi costumi, od almeno schiffarli più che potesse, pensando anche di farsi esente, a costo del suo denaro, di ubbidirgli nelle cose non giuste che gli sarebbon comandate. Il dì seguente il Cavalier’ Andrea gli pregò che mutassero sito, e si allontanassero da Madrid, perché temeva d’esser conosciuto, se quivi più lungamente stesse; eglino dissero che già havevano determinato d’andarsene verso i monti di Toledo, e quindi scorrere e rubbare tutto’l paese circonvicino.
Levarono dunque gli alberghi, e diedero al Cavalier’ Andrea una poledra sopra la quale cavalcasse; ma egli volse caminare a piede, servendo di staffiere a Preziosa, che sopra un’altra cavalcava, contentissima di vedersi trionfatrice del suo gagliardo scudiere, ed egli non era men contento di vedersi appresso quella ch’ei si haveva fatta reina delle sue volontà.
Ò potente forza d’amore, di quello dico, che chiamano dolce dio dell’amarezza (titolo che gli ha dato l’ozio e la nostra infingardaggine), come da dovero ci soggetti, e come strappazzatamente ci tratti senza verun rispetto! Andrea è cavaliere, e giovine di buonissimo intelletto, allevato quasi tutto il tempo della sua vita nella Corte, e con ogni sorte di regalo, dalli suoi ricchi genitori; e da hieri in qua ha fatto tale mutazione, ch’ingannò i suoi servidori ed amici, deluse le speranze che’l padre e la madre in lui havevano: lasciò il viaggio di Fiandra, ov’ei haveva da esercitar’ il valore della sua persona, ed accrescere l’honore del suo linaggio, e venne a prostrarsi a’ piedi di una fanciulla, ed ad essere il suo staffiere; la quale, ancorché fosse molto bella, tuttavia ell’era cingara: privilegio della bellezza, che sforza le volontà per farle diventare amanti, e le conduce avvinte ed humiliate ai suoi piedi.
D’indi a quattro giorni giunsero ad una terra distante sette miglia da Toledo, ove fermaron la loro habitazione, depositando prima nelle mani del castellano, o giudice del luogo, alcune tazze d’argento, per sicurtà che in quella, né in tutto il suo territorio, non rubbariano cosa alcuna. Fatto questo, tutte le cingare vecchie, ed alcune giovani, ed i cingari, si sparsero per tutti i luoghi circonvicini, lontani almeno circa quindeci miglia da quello ove haveano piantato i loro alberghi. Andò con essi il Cavalier’ Andrea a prendere la prima lezione di ladrone: ma con tutto che gliene diedero molte in quella sua prima uscita, niuna fu con che egli potesse accomodarsi; anzi, corrispondendo al nobil sangue d’ond’era nato, non era furto che i suoi maestri facessero, che non se gli cavasse dal corpo il cuore, e talvolta pagò co’ suoi propri denari i furti che i suoi compagni havevan fatti, accioché fossero restituiti a’ suoi padroni, commosso a questo dalle lagrime loro: per la qual cosa i cingari si disperavano dicendo che ciò era un contrafare alli loro statuti ed ordinazioni, che prohibivano per sempre alla carità l’entrare nelli loro petti; la quale se stesse in essi, haverebbono da lasciare l’esser ladroni, cosa affatto a loro disdicevole. In questo, il Cavaliere disse ch’egli voleva rubbar solo, senza andare in compagnia d’alcuno, peroché per fuggire dal pericolo egli haveva leggierezza, e per esporvisi non gli mancava l’animo: di modo che il premio od il gastigo di quello che rubberebbe, voleva che fosse per lui solo. Procuraron’ i cingari rimoverlo da quel pensiero con dirgli che se gli sarebbono appresentate occasioni tali c’haverebbe bisogno di compagnia, sì per assalire, come per diffendersi, e che una persona sola non poteva fare gran preda. Con tutto ciò, e per quanto gli sapessero dire, non potettero persuaderli che non volesse essere ladron solo, e separato dagli altri, per comperare co’l suo denaro alcuna cosa, e dire poi che l’havesse rubbata, ed in questa maniera aggravar la sua coscienza il manco che potesse.
Usando dunque tale industria, in men d’un mese portò più utile alla compagnia lui solo che non fecero quattro de’ più forbiti ladroni di quella: di che non poco si rallegrava Preziosa, veggendo il suo tenero amante sì lesto ed ispedito ladrone. Con tutto ciò, temeva grandemente di qualche disgrazia, perché non haverebbe voluto vederlo in alcuno pericolo per tutto il tesoro di Venezia, essendo obligata ad havergli quella buona volontà, per i molti regali con ch’egli l’accarezzava. Poco più di un mese stettero i cingari nelli contorni di Toledo, dove fecero la lor raccolta, sebben’ era già di settembre, ed indi entrarono in Estremadura per essere paese non men ricco che caldo.
Passava il Cavalier’ Andrea con Preziosa parte del tempo in amorosi, discreti ed honesti ragionamenti, ed ella a poco a poco andava innamorandosi del discreto e bel procedere del suo amante; e nel medesimo modo l’amor di lui sarebbe andato crescendo, se havesse potuto crescere, tant’era l’honestà, discrezione, e bellezza della sua Preziosa. Ovunque essi giongevano, egli guadagnava il premio del correr’ e saltare. Giuocava a trar la palla, ed alla palla, benissimo, tirava la barra con gran forza e singolar destrezza: e finalmente in poco tempo volò la sua fama per tutta Estremadura, e non vi era luogo, dove non si parlasse della gagliarda disposizion del cingaro Cavaliere Andrea, e della sua gentilezza e valore; ed al pari di questa fama si spandeva quella della bellezza della cingaretta, e non era terra, villa, o luogo, dove non fossero chiamati questi per rallegrare le loro feste publiche, ed altre private allegrezze. In questo modo la lor caravana era ricca, prospera e contenta, e contentissimi li due amanti solo co’l mirarsi l’un l’altro.
Occorse, poi, che havendo eglino piantati li suoi alloggiamenti fra alcune quercie alquanto appartate dalla strada maestra, circa la mezza notte udirono abbaiare i loro cani con forte vehemenza e più del solito. Vennero fuora degli alberghi alcuni cingari, ed insieme con essi il Cavalier’ Andrea, per vedere contra chi eglino abbaiassero, e viddero che da quelli si diffendeva un’huomo vestito di bianco, a cui due cani teneano co’ denti afferrata una gamba. Accostaronsi presto, e levaronglili d’intorno, ed uno di quei cingari gli disse:
-Che diavolo vi ha condotto qua, huomo da bene, ed a quest’hora, e tanto fuor di strada? Venite forse per rubbare? Se così è, certo che siete gionto a buon porto.
-Non vengo a rubbare, -disse il morduto-, e non so s’io venga fuor di strada, o no: ancorché ben conosco che non so dove conduca questa. Ma ditemi, signori, sarebbe qui per sorte qualc’hosteria, od altro luogo, dov’io possa ritirarmi per questa notte, e medicarmi le ferite che m’hanno fatte i vostri cani?
-Non v’è luogo, né hosteria, -rispose il Cavalier’ Andrea-, dove possiamo inviarvi; ma per medicare le vostre morsicature, ed albergarvi questa notte, non vi mancherà comodità nelle nostr’habitanze. Venite con noi, che quantunque siamo cingari, tuttavia non gli somigliamo per la carità ch’usiamo.
-Dio l’usi con voi, -rispose l’huomo-, e conducetemi dove volete, che il dolore di questa gamba mi travaglia estremamente.
Se gli fece d’appresso il Cavalier’ Andrea ed un’altro cingaro caritativo (perché anco fra i demoni alcuni sono men cattivi degli altri, e fra molti pessimi huomini suol’ essere qualcuno buono), ed amendue lo condussero ai loro alberghi.
Riluceva la notte dal lucere la luna, di modo che poterono vedere che l’huomo era giovane, di buona ciera, e di garbo gentile. Era vestito tutto di tela bianca, e portava attraversato per le spalle ed aggroppato su’l petto un saio quasi a foggia di camiscia, pur di tela. Gionti alla capanna del Cavalier’ Andrea, fu con prestezza acceso lume e fuoco, e venne subito l’avola di Preziosa a medicare il morsicato, del quale già l’era stata data contezza. Prese alcuni peli de’ cani c’havevano morduto, e fecegli frigger nell’olio, poi, lavate con vino le due morsicature c’haveva il giovine nella gamba sinistra, gli pose sopra con l’olio insieme, ed un poco di rosmarino fresco masticato, e fasciò molto bene con pezze nette, e segnolle con alquanti segni di croce, dicendogli:
-Dormite amico, che con l’aiuto di Dio non sarà altro.
Intanto ch’ella lo medicava, stava presente Preziosa, e lo mirava fissamente, ed il medesimo faceva egli a lei: di modo che il Cavalier’ Andrea s’accorse dell’attenzione con che il giovane stava mirandola; ma ciò egli attribuì all’esser’ impossibile che la molta di lei bellezza non trahesse a sé gli occhi di chiunque la mirava. Insomma, doppo essere stato medicato, il giovine lo lasciarono solo sopra un letto di fieno secco, e per all’hora non vollero domandargli cosa più del suo viaggio né d’altro.
Appena s’erano da lui partiti, quando Preziosa chiamò il suo Cavalier’ in disparte, e gli disse:
-Ti ricordi, Andrea, d’una carta, che mi cadé in casa tua, quando io ballava con le mie compagne, e ch’io credo ti diede gran martello?
-Me ne ricordo, -rispose egli-, e ch’era un sonetto in tua lode, ed assai buono.
-Hai dunque da sapere, -seguitò Preziosa-, che colui che lo fece è quel giovine morsicato, c’habbiam lasciato nella tua capanna, ed è certo che non m’inganno punto, perché parlò con esso meco in Madrid due o tre volte, e di più diedemi una molto buona canzone. Quivi (se bene mi ricordo) egli andava vestito da paggio, non come degli ordinari, ma come delli favoriti di qualche prencipe. Ed invero ti dico, Cavaliere Andrea, che il giovine è discreto, di buon discorso, e sopramodo honesto. Non so che cosa io m’habbia da imaginare della sua venuta in questo luogo, ed in quell’habito.
-Che cosa t’habbi da imaginare, Preziosa, -disse il Cavaliere-, te la dirò: nessun’altra se non che la medesima forza che ha fatto me cingaro, ha fatto lui travestire da mulinaio per venir’ a cercarti. Ah! Preziosa, Preziosa, come si va scuoprendo che tu ti pregi haver più d’un’amante! Se così è, finisci me prima, e poi ammazzerai quell’altro ancora, e non voler sacrificare amendue insieme sopra l’altare del tuo inganno, per non dir della tua bellezza.
-Ah! Dio aiutami, -disse all’hora Preziosa-, ò quanto tu sei delicato Cavaliere Andrea, in pensar male! Ed a quanto sottil capello tieni appese le tue speranze, e la mia fede, poiché con tanta facilità t’ha penetrata l’anima l’acuta spada della gelosia. Dimmi, Andrea, se in questa occasione foss’ artificio od inganno, non haverei io taciuto, o tenuto segreto chi sia questo giovine? Sono fors’ io tanto stolta, che non guardassi bene a non darti da mettere in dubbio la bontà mia ed il sincero proceder mio? Taci, Cavaliere, per vita tua, e domattina procura di scacciare dall’animo tuo questo timore, cercando d’intendere, dove vada quel giovine, e per che causa qua s’è condotto; e potrebb’ essere che fosse ingannato il tuo sospetto, sì come non son’ ingannata in quello che te n’ho detto. E per maggiore sodisfazzione tua (poiché son gionta a termine di sodisfarti hormai in cose di ragione), con qualunque intenzione che venga questo giovine, licenzialo subito e fa che se ne vada. E poiché tutti della nostra compagnia ti ubbidiscono, non vi sarà alcuno che contra la tua volontà gli voglia dar ricetto nel suo albergo, e quando bene non si partisse, io ti do parola di non uscir del mio, né lasciarmi vedere agli occhi suoi, né da niun di quelli che non vorrai che mi veggono. Sappi, Andrea, che a me non rincresce il vederti geloso, ma mi rincresce bene il vederti niente discreto.
-Purché tu non mi vegga diventar pazzo, Preziosa, -disse il Cavaliere-, ogn’altra dimostrazione sarà poca, o da nulla, per poter dare ad intendere dove gionge e quanto travaglia l’amara e penosa gelosia. Farò quello che mi comandi, e saprò (se sarà possibile) che cosa voglia questo paggio poeta, dove vada, o quello che cerca; e potrebbe essere che per qualche filo che impensatamente egli lasciasse scoperto, io trahessi tutto il gomitolo, co’l quale dubito che non sia venuto ad ordirmi alcuna rete.
-Io m’imagino che mai la gelosia non lascia l’intelletto libero, acciò ei possa giudicare le cose per quello ch’esse sono. Sempre guardano i gelosi con quegl’occhiali, che fanno parer grandi le cose picciole, giganti i nanni, ed i sospetti veritadi. Per vita tua, e per la mia, Andrea, procedi in questo ed in tutto quello che spetta a’ nostri patti, con prudenza e discretamente che, se così farai, so che mi concederai la palma d’honesta, avveduta e verace in ogni cosa.
Con questo ella prese licenza dal Cavalier’ Andrea, il quale, havendo l’animo pien di turbazione, e di mille tra sé contrarie imaginazioni, aspettò che spuntasse il giorno per intendere dal morduto, a che far’ egli era venuto in quel luogo. Ei non poteva creder’ altro se non che’l paggio facesse quel viaggio tirato dalla bellezza di Preziosa: così pensa il ladrone che tutti siano della sua condizione. Dall’altra parte, poi, la sodisfazzione che Preziosa gli haveva data, gli pareva esser di tanta forza che l’obbligasse a viver sicuro, ed a fidare alla fede di lei intieramente la sua ventura. Fecesi giorno ed egli visitò il morsicato; gli domandò del suo nome, dove andava, e come caminava sì tardi e fuor di strada; e prima gli haveva domandato come stava, e se sentiva più dolore delle sue morsicature. A cui rispose il giovine che stava meglio, e senza dolore alcuno, e di maniera che poteva porsi in viaggio. Quanto al suo nome, e dove andava, non disse altro se non che si chiamava Alonso Hurtado, e ch’andava alla Madonna della Roccia di Francia per un certo suo negozio, e che per arrivarvi più presto caminava di notte, e che la passata haveva smarrita la strada, ed a caso si era abbattuto in quegl’alloggiamenti, dove i cani che gli guardavano l’havevano trattato in quel modo c’haveva visto.
Non parve [a] il Cavalier’ Andrea legitima questa sua dichiarazione, anzi molto bastarda, perché di nuovo i suoi sospetti tornarono a ritoccargli l’animo, onde gli disse:
-Fratello, s’io fossi giudice, e voi foste caduto sotto la mia giuridizzione per qualche delitto, per lo quale io dovessi farvi gl’interrogatori che vi ho fatti, la risposta che m’havete fatta m’obligherebbe a farvi dare tratti di corda. Non voglio sapere chi siate, nè come vi chiamate, o dove andate: però vi avvertisco che se in questo viaggio voi volete mentire, mentiate con più apparenza di verità. Dite ch’andate alla Roccia di Francia, e la lasciate a man destra, lontana da questo luogo da cento miglia o più. Caminate di notte per giongervi più presto, ed andate fuora di strada fra boshi e boscaglie, che appena vi si trova sentiero, nonché strada. Amico, levatevi di qui ed imparate a mentire, ed andate in buon’hora. Ma per questo buon’ aiuto che vi ho dato, e per il buon’ avviso ch’io vi do, non mi direte voi una verità? Sì, che la direte, poiché sapete sì mal mentire. Ditemi, sete voi per sorte uno c’ho veduto spesse volte in Corte, tra paggio e cavaliere, c’haveva fama d’essere gran poeta, e che fece una canzone ed un sonetto ad una cingaretta che i giorni passati andava per Madrid, ch’era tenuta di singolar bellezza? Ditemelo, ch’io vi prometto, a fé di cavaliere cingaro, di tenervi segreto, come giudicarete voi che più vi convenga. Ma avvertite bene, che negarmi la verità di esser quello ch’io dico, non haverebbe apparenza di verità, perciochè questa faccia che veggo qui è quella stessa che viddi in Madrid. E senza dubbio la fama del vostro bell’ingegno fece sì che molte volte vi mirai com’ huomo raro ed insigne, e di tal modo mi restò fissa nella memoria la vostra faccia, che l’ho ben conosciuta, ancorchè siate in habito molto diverso da quello nel quale eravate allhora. Non vi turbate, ma fate animo, e non pensate d’essere gionto ad una compagnia di ladri, ma ad un’asilo, dove sarete guardato e difeso da tutto’l mondo. Io m’imagino una cosa (se non travia la mia imaginazione), che voi vi sete incontrato con la vostra buona ventura nell’esservi incontrato in me. E ciò ch’io mi penso è, ch’essendo voi innamorato di Preziosa, quella bella cingaretta alla quale faceste i versi, siate venuto a cercarla; per la qual cosa non v’haverò in minore stima, ma in molto maggiore vi terrò: perché se ben son cingaro, l’esperienza m’ha mostrato sin dove arriva la potente forza d’amore, e le trasformazioni che fa fare a quelli ch’ella coglie sotto la sua giuridizzione ed il suo imperio. Se questo è, come credo che sia senza dubbio alcuno, qui è la cingaretta che cercate.
-È vero, -disse il morsicato-, e ce l’ho veduta questa notte -(parole per le quali il Cavalier’ Andrea restò come difunto, parendogli che fosse gionto al capo della confirmazione del suo sospetto)-, però non m’arrischiai a dirle qual’ io fossi, perché ciò non mi conveniva.
-Dunque, -seguitò il Cavaliere-, voi siete il poeta che vi ho detto.
-Io son quello, -rispose il giovine-, che né posso, né voglio negarlo; e forse potrebbe essere che dove io habbia pensato di perdermi, fossi venuto a guadagnarmi, se fedeltà si trova nelle selve, e rifugio ne’ monti.
-Là vi si trova senza dubbio, -disse il Cavalier’ Andrea-, e fra noi cingari, la maggior secretezza del mondo. Con questa confidanza, signore, mi potrete scoprire l’animo vostro, che troverete nel mio ciò che desiderate, senza doppiezza alcuna. La cingaretta è mia parente, e sottoposta a fare ciò che vorrò; se la volete per moglie, io e tutti i suoi parenti ne riceveremo piacere, o se la [volete] per amica, non ve la negheremo, purché habbiate denari, percioché la cupidigia esce mai dalli nostri alberghi.
-Denari tengo -rispose il giovane- in queste maniche di camiscia ch’io porto attraversata su per le spalle, e sono quattrocento scudi d’oro.
Fu questa un’altra ferita mortale che penetrò il Cavaliere, veggendo che’l portar tanti denari colui, non poteva esser per altro che per comprarsi il suo caro pegno. E con voce quasi tremula disse:
-Questa è buona quantità. Non occorre altro se non manifestare il vostro intento, e quello sortirà effetto, e la fanciulla, ch’è niente sciocca, conoscerà di che vantaggio le potrà essere se sarà vostra.
-Ahi! Amico, sappiate, che la forza che mi ha fatto mutare l’habito non è quella d’amore, né il desiderare Preziosa, come voi dite; percioché in Madrid non mancano di molte belle che possono e sanno rubbar’ i cuori, e cattivare l’anime sì destramente e meglio che le più belle cingare, ancorch’io conceda che la bellezza di questa vostra parente avanza quanto ho mai vedute. E chi m’habbia condotto a questo viaggio a piede, e sia causa che mi ci hanno morduto i vostri cani, non è amore, ma la disgrazia mia.
Per queste parole che il giovine andava dicendo, si sentiva il Cavalier’ Andrea ricuperando gli spiriti smarriti, parendogli che fossero indirizzate ad altro fine, differente da quello ch’egli s’era imaginato; e desideroso d’uscire di quella confusione, tornò ad assicurarlo che poteva sicuramente aprirgli il suo secreto; ond’egli seguitò dicendo:
-Io stava in Madrid in casa d’un signore de’ principali, e titolato, il quale io serviva non come mio signore, ma come mio parente. Costui haveva un figliuolo, unico suo herede, il quale, sì per lo parentado, come per esser’ amendue d’una medesima età e condizione, meco trattava e conversava con molta familiarità ed amicizia. Occorse che questo cavaliere s’innamorò d’una donzella di qualità non men che rilevata, la qual’egli volentieri s’haverebbe presa per moglie, se non havesse havuta la volontà soggetta (come figliuolo ubbidiente) a quella de’ suoi genitori, i quali aspiravano ad ammogliarlo anco più altamente. Con tutto ciò, egli con tanta segretezza la serviva, che dagli occhi ingannati non potevan le lingue cavar soggetto di palesare o conoscer’ i suoi disii. Io solo era testimonio de’ suoi intenti. Hor venne una notte, che la disgrazia doveva haver’ eletta pe’l caso c’hora vi dirò. Passando il mio parente ed io per la strada, e davanti alla porta della casa dov’ habita questa fanciulla, vedemmo appoggiati a quella due huomini che parevano di buon garbo. Volle il mio parente andar’ a riconoscerli, ed appena era inviatosi alla volta di quelli che con molta prestezza cacciarono mano alle spade, ed a’ brocchieri, e vennero verso di noi, che facemmo il simile, e con arme uguali ci assalimmo. Ben poco durò la zuffa, perché non durò molto la vita delli due contrari: i quali la perderono in un medesimo tempo da due stoccate, una menata dalla gran gelosia del mio parente, e l’altra dalla difesa ch’io per lui faceva. Strano caso e rade volte veduto. Trionfando noi, dunque, di quello che non havressimo[23] voluto incontrare, tornammo a casa, dove segretamente pigliando quanto denari noi potemmo, ci ricovrammo nel luogo più vicino, aspettando che’l giorno scoprisse il succeduto, e qual voce corresse fra la gente [su] chi havesse commesso gli homicidi. Sapemmo che di noi due non era indizio alcuno, ed i prudenti huomini di esso luoco ci consigliarono che noi tornassimo a casa, e che con la nostra assenza non dessimo o svegliassimo alcun sospetto del fatto nostro. Hora, in quello ch’eravamo deliberati di seguir’ il loro parere, ci avvisarono che i signori giudici di Corte havevano fatto prendere nella propria casa il padre e la madre della donzella, e la medesima donzella, ed insieme alcuni servidori di casa; fra quelli essendo esaminata una fantesca della signora, disse come il mio parente spasseggiasse di notte e di giorno per quella strada, vagheggiando la sua padrona, e che con quest’indizio ne andavan cercando, e non trovando se non i segni della nostra fuga, si confermò per tutta la Corte esser stati noi gli uccisori di quelli due cavalieri, ch’erano dei principali di essa Corte. In fine, di parere del conte mio parente e dei sopradetti huomini, dopo quindici giorni che stemmo ascosi, il mio compagno, vestitosi da contadino, se n’andò alla volta di Aragona con pensier di passarsene in Italia, ed indi sin’ in Fiandra, per aspettare che fine haverebbe havuto questo caso. Io volli dividere la nostra sorte, perch’ella non corresse per un medesimo camino: seguitai altra strada differente da quella del mio parente, e travestito, a piede, me n’uscii di Madrid con uno che mi lasciò in Talavera, di dove son venuto solo e fuor di via, sino che questa notte ho dato fra queste quercie dove m’è succeduto quel che vedete. E se domandai della strada per la Roccia di Francia, ciò feci per rispondere qualche cosa a quello che mi veniva domandato: che invero altro non so della Roccia di Francia, bench’io sappia che quella è di là da Salamanca.
-Egli è così, -rispose il Cavalier’ Andrea-, ed hora la lasciate alla man destra ottanta miglia in circa da questo luogo, accioché voi sappiate quanto diritto viaggio havreste fatto, se vi foste stato.
-Quello che in effetto ho pensato di fare, -soggionse il giovine-, non è più oltra di Siviglia, che quivi sta un gentilhuomo genovese, amicissimo del conte mio parente, il quale suole mandar’ a Genova gran quantità d’argento; ed io fo disegno, ch’egli m’accomodi con quelli c’hanno da condurlo, come s’io fossi uno di essi, e con questo stratagema potrò passare sicuramente insin’ a Cartagena, e d’indi in Italia, perché di breve debbono venir due galere ad imbarcare quest’argento. Questa, amico caro, è la mia historia. Guardate hora se posso dire che questo incontro mi nasca più da mera disgrazia, che da forza d’amore. Però, se questi signori cingari volessino condurmi con esso loro sin’ a Siviglia, se vanno a quella volta, io gli pagherei molto bene: peroché mi do ad intendere, che nella loro compagnia anderei più sicuro, e senza la temenza con che camino.
-Sì, che vi condurranno, -rispose il Cavalier’ Andrea-, e se non verrete nella nostra compagnia (perché sin’ adesso non so s’ella habbia da gire all’Andalogia), andrete con un’altra, la quale, per mio credere, incontraremo fra due giorni, e dando loro qualche cosa di quello che con voi havete, faciliterete con essi, e superarete ogni difficoltà.
Lasciollo il Cavaliere Andrea, ed andò a dar conto agli altri cingari di quanto il giovine narrato gli haveva, e di quanto desiderava, con l’offerta di buona paga e ricompensa. Furono tutti di parere, ch’egli restasse nella lor compagnia, ma solo Preziosa non ci acconsentiva, manco l’avola sua, perch’ella non ardiva andare a Siviglia, né alli suoi contorni, percioché negl’anni passati haveva fatta una burla in quella terra ad un berrettaio chiamato Trighiglio, molto conosciuto in essa, il quale ignudo ella haveva fatto porre in un tinazzo pieno d’acqua fino al collo, e postogli in capo una corona di cipresso, aspettando la mezzanotte, che in quel punto egli doveva uscire dal tinazzo a zappare, e cavare un gran tesoro, ch’essa gl’haveva fatto credere star sotterrato in una certa parte della sua casa: e per haverglielo rivelato haveva da lui tocchi molti denari. E quando il berrettaio udì suonare il matutino a mezzanotte, per non perdere congiontura di zappar’ all’ hora prefissa, volle uscire con tanta fretta ch’egli ed il tinazzo dettero in terra, e dal gran colpo della caduta e dei pezzi del tinazzo rottogli addosso, se gl’ammaccarono le carni, si sparse l’acqua, ed ei restò come se s’annegasse in quella, perché cominciò a fortemente gridare che s’affogava. Vi corsero la moglie ed i vicini con lumi, e trovaronlo facendo effetti di nuotatore, sbuffando e strascinando la panza per terra, ed allargando e dibattendo le braccia e le gambe con molta fretta, e gridando quanto poteva: “Aiuto, signori, ch’io m’annego!”. Tant’era la sua paura, che veramente non conosceva altro se non d’essere in un lago dov’egli s’affogasse. L’abbracciarono subito cavandolo di quel pericolo, e, ritornato in sé, hebbe da raccontar la burla della cingara: e con tutto ciò zappò in quella parte ch’ella gl’haveva detto più che d’un braccio in profondo, al dispetto di quanto gli dicevano ch’era inganno della cingara; ed haveria continovato quel zappare, se non gliel’havesse impedito un suo vicino, perché haveva già cominciato a toccare le fondamenta della sua casa, e di modo c’haverebbe fatto rovinare amendue, quella e questa. Saputasi la novella per tutta la città, sin’ a’ fanciulli lo mostravan’ a dito, e raccontavano la sua credulità e l’inganno della cingara, la quale questo narrò, e se lo prese per iscusa di non andare a Siviglia.
I cingari, che già sapevano dal Cavalier’ Andrea che’l giovane haveva soldi in buona quantità, facilissimamente lo riceverono nella lor compagnia, con offerirgli di guardarlo ed occultare tutto il tempo ch’egli vorrebbe, e deliberarono di torcere il viaggio a man sinistra, ed entrar nella Mancia e nel regno di Murcia; poscia chiamarono il giovine, e gli dissero quello che volevano per lui fare. Ei gli ringraziò, e donò loro cento scudi in oro, acciò se gli spartissero fra tutti. Con questo donativo restarono inteneriti più che non è una mela ben cotta, e molto affezionati verso di lui. Solo a Preziosa non piacque che don Sancio con loro si restasse (questo disse il giovene esser’ il suo vero nome), ma nonostante ciò i cingari glielo mutarono chiamandolo Clemente, e così da indi in poi lo chiamarono sempre. Ancor’ il Cavalier’Andrea rimase alquanto di mala voglia, e non contento, che fosse restato Clemente in compagnia loro, parendogli che di leggieri e con ben poco fondamento, ei havesse lasciati li suoi primi disegni; ma Clemente, come se penetrasse la sua intenzione od il suo sospetto, fra l’altre cose questa gli disse: c’haveva desiderio d’andare nel regno di Murcia per essere quello vicino a Cartagena, dove se venissero galere, com’egli si credeva che dovessin venire, potesse con facilità passare in Italia. Finalmente, il Cavalier’ Andrea volle che Clemente facesse con esso seco camerata per haverlo più innanzi agl’occhi, affine d’osservare le sue azzioni, e tritamente esaminare i suoi pensieri, e Clemente si tenne quest’amicizia a gran favore. Andavano sempre insieme, largamente spendevano e spandevano scudi; correvano, saltavano, ballavano, e tiravan’ il palo meglio di nessuno degl’altri cingari, e dalle cingare erano più che mediocremente ben voluti, e dalli cingari pur’ assai rispettati.
Lasciaron dunque l’Estremadura ed entrarono nella Mancia, e caminando a poco a poco gionsero nel regno di Murcia, e per tutte le terre, castelli, e borghi dove passavan’ essi, erano disfide di palla, di scrimia, di correre, saltare, e trar’ il palo, e d’altri esercizi di forza, destrezza, e leggierezza, e sopra tutti (come già habbiam detto) il Cavalier’ Andrea e Clemente ne riportavano l’honore. Ed in tutto quel tempo, che fu più d’un mese e mezo, Clemente mai hebbe occasione, n’egli[24]la procurò, di parlare con Preziosa, finché un giorno, stando insieme il Cavalier’ Andrea ed essa, accostatosi egli alla lor conversazione (perché ve lo chiamarono), Preziosa gli disse:
-Insino dalla prima volta che tu sei gionto a questi nostri alloggiamenti, io ti conobbi, Clemente, e mi venne in mente che tu mi desti alcuni versi in Madrid, ma cosa alcuna non volli dire, perch’io non sapeva con che intenzione eri venuto qua; e quando seppi della tua disgrazia mi rincrebbe nell’anima, e poi rassicurossi l’animo mio, ch’era tutto turbato, pensando che, come vi erano nel mondo dei don Giovanni che si mutavano in Cavalieri Andrea, così vi potessero essere delli don Sanci che si mutassino in altri nomi. Parlo a te in questo modo, perché il Cavalier m’ha detto d’haverti dato contezza dell’esser suo e della causa che l’ha portato a farsi cingaro -ed era vero che’l Cavalier’ Andrea l’haveva ragguagliato di tutta la sua historia, per poter comunicare con lui i suoi pensieri-. E non pensare che ti habbia giovato poco il conoscerti io, posciaché per mio rispetto, e per quello che di te dissi, si facilitò l’albergarti e ricettare in nostra compagnia, dove voglia Iddio che ti succeda tutto quel bene che tu saprai desiderare. Io voglio che tu mi contracambi questo buon desiderio, con non rinfacciar mai al mio Cavalier’ Andrea la bassezza del suo intento, né gli metti davanti agli occhi quanto disdica alla qualità sua il suo perseverare in questo stato; che quantunque io creda che sotto alla chiave della volontà mia stia la sua, però a me rincrescerebbe molto vederlo mostrar segni, per minimi che fossero, di qualche pentimento.
A questo rispose Clemente:
- Non credere, unica Preziosa, che’l Cavalier’ Andrea con leggierezza d’animo m’habbia scoperto chi egli sia; prima l’ho conosciuto io, ed i suoi occhi mi scuopriron’ i suoi pensieri. Fui il primo a dir’ a lui chi egli fosse: innanzi che me ne dicesse, m’indovinai la prigionia della volontà sua, come m’hai accennato; e dandomi egli quel credito ch’era ragione che mi desse, fidò il suo secreto al mio: ed esso è buon testimonio che io lodai la sua determinazione, e che si fosse posto a questa degna impresa. Io non sono, ò Preziosa, di sì rozo ingegno, che non conosca io sino dove si stenda la forza e l’imperio della bellezza, maggiormente la tua, perché ella trappassa i limiti di tutti gli estremi delle altre beltadi: è bastante discolpa ai maggior’ errori, se pur si possono chiamar’ errori, quei che si fanno per cause tanto degne e sì potenti. Ti ringrazio, signora, di quello che per mio credito dicesti, ed io penso contracambiarloti con il desiderare che questi amorosi lacci habbian felice fine, e che tu goda il tuo Cavalier’ Andrea, ed egli similmente la sua Preziosa, con gusto de’ suoi padre e madre, accioché da sì bell’accopiamento noi veggiamo nel mondo i più bei germi, che la savia natura possa formare. Questo desidero Preziosa, e questo dirò sempre al tuo Cavalier’ Andrea, e non cosa alcuna che lo rimova dai ben collocati suoi pensieri.
Disse Clemente queste parole con tanto affetto, che’l Cavaliere stette in dubbio se quelle havesse dette come innamorato, o come huomo discreto e cortese; percioché della gelosia l’infernale infermità è di tal sorte, ch’ella nasce da un’atomo, perché s’egli tocca la cosa amata, l’amante s’ange e si dispera. Tuttavia, egli non hebbe per sì fatte parole la gelosia confirmata, fidandosi molto più nella fede di Preziosa che nella sua buona ventura, perché sempre gl’innamorati si chiaman’ infelici, mentre che non conseguiscono quello che bramano. Insomma, il Cavalier’ Andrea e Clemente eran compagni e grand’amici, assicurando il tutto la buona intenzione di Clemente, e la modestia e prudenza di Preziosa, che mai diede occasione di gelosia al suo Cavaliere. Clemente haveva humore e di molti concetti da poeta, come si conobbe ne’ versi ch’esso diede a Preziosa, ed anco il Cavalier’ Andrea se n’intendeva, ed amendue erano affezionati e dilettavansi di musica. Occorse, dunque, ch’essendo la compagnia alloggiata in una valle distante sedici miglia da Murcia, una sera per passar tempo, stando a sedere Andrea al piè d’un sughero, e Clemente a quello d’una quercia, ciascuno con la sua chitarra, ed invitati dal silenzio della notte, a vicenda cantarono i seguenti versi:
ANDRÉS:
Mira, Clemente, el estrellado velo
Con que esta noche fria
Compite con el dia,
De luces bellas adornando el cielo,
Y en esta semejanza,
Si tanto tu divino ingenio alcanza,
Aquel rostro figura
donde assiste el estremo de hermosura.
CLEMENTE:
Donde assiste el estremo de hermosura,
Y adonde la Preciosa
Honestidad hermosa,
Con todo estremo[25] de bondad se apura,
En un sujeto cabe,
Que no ay humano ingenio que le alabe,
Sino toca en divino,
En alto, en raro, en grave y peregrino.
ANDRÉS :
Estilo nunca usado,
Al cielo levantado,
Por dulce el mundo y sin ygual camino,
Tu nombre, ò Gitanilla,
Causando assombro, espanto y maravilla,
La fama oy quisiera
Que le llevara hasta la octava esfera.
CLEMENTE:
Que le llevara hasta la octava esfera
Fuera decente, y justo,
Dando a los cielos gusto,
Quando el son de su nombre alla se oyra
Por donde el dulce nombre resonara
Musica en los oydos,
Paz en las almas, gloria en los sentidos.
ANDRÉS:
Se siente quando canta,
La sirena, que encanta
Y adormece a los mas apercebidos;
Y tal es mi Preciosa,
Que es lo menos[26] que tienes ser hermosa:
Dulce regalo mio,
Corona del donayre, honor del brio.
CLEMENTE:
Corona del donayre, honor del brio
Eres bella Gitana,
Frescor de la mañana,
Zefiro blando en el[27] ardiente estio,
Convierte el pecho mas de nieve en fuego,
Fuerça, que ansi la haze,
Que blandamente mata, y satisfaze.
Davano segni il libero ed il cattivo di non finire così presto, se non havessero udito risuonarsi alle spalle la voce di Preziosa (che la lor’ haveva sentito), e per udirla meglio e senza moversi, con grand’attenzione e meraviglia stettero ad ascoltarla. Ella con moltissima grazia cantava i seguenti versi, come se per rispondere agl’altri precedenti fussero stati fatti, non so se d’improviso, o se composti con più tempo:
En esta empresa amorosa,
Donde al amor entretengo,
Ser honesta que hermosa.
La que es mas humilde planta,
Si la subida endereza,
Por gracia o naturaleza
A los cielos se levanta.
En este mi baxo cobre,
Siendo honestidad su esmalte,
No hay buen desseo que falte,
Ni riqueza que no sobre.
No me causa alguna pena,
No quererme o no estimarme,
Que yo pienso fabricarme
Mi suerte y ventura buena.
Haga yo lo que en mi es,
Que a ser buena me encamine,
Y haga el cielo, y determine
Lo que quisieres despues.
Quiero ver si la belleza
Tiene tal prerogativa,
Que me encumbre tan arriba,
Que aspire a mayor alteza.
Si las almas son yguales,
Podra la de un labrador
Ygualarse por valor
con las que son imperiales.
De la mia lo que siento
Me sube al grado mayor,
Porque majestad, y amor
No tienen un mismo assiento.
Qui Preziosa pose fine al suo canto, ed il Cavalier’ Andrea e Clemente si fecero in piedi per riceverla. Tra loro tre passarono discreti ragionamenti, e Preziosa nel suo parlare fece conoscere tanta discrezione ed honestà esser’ in lei, accompagnata dall’acutezza del suo bell’ingegno, che appo di Clemente l’intenzione del Cavaliere trovò discolpa: che sin’allora non l’haveva ancor trovata, perché attribuiva più a gioventù che a prudenza quella sua precipitosa determinazione.
Quella mattina furon levati gli alloggiamenti, ed andaron’ a stanziare in una terriciuola della giuridizzione di Murcia, lontana da questa solamente dodici miglia, dove successe al Cavalier’ Andrea una disgrazia, che’l pose a pericolo di perdere la vita, e fu di questa sorte: che havendo i cingari consegnato al castellano di quel luogo (com’era usanza) alcuni vasi ed altre argentarie, per sicurtà che non haverebbon rubbato nella sua giuridizzione, Preziosa, l’avola sua, e Cristina, con altre due cingarette, Clemente, ed il Cavaliere alloggiaron’ in casa d’una vedova ricca, la quale haveva una figliuola da di[e]cisette in diciotto anni, più licenziosa che bella, e per darne segno maggiore, Giovanna Carduccia era chiamata. Havendo questa visto ballare le cingare co’ cingari, fu presa da voglia insana, perché s’innamorò del Cavalier’ Andrea sì fattamente, che propose di dirglielo e di prenderselo per marito, s’egli volesse, ancorché tutti i suoi parenti le vietassero ciò fare. Così, cercando congiontura da farsi intendere, trovollo in un cortile, dove egli era entrato a cercare due asinelli. Ella se gl’accostò, e con gran fretta, accioché non fosse veduta, gli disse:
-Cavaliere Andrea, -che già ella sapeva il suo nome-, io sono donzella, e ricca, perché la mia madre altri figliuoli non ha che me, e questa casa è sua; ed oltre a questo ha molte vigne, ed altre quattro case; tu mi hai dato nell’humore, però se mi vuoi per tua moglie, sta in te solo. Rispondi presto, e s’hai giudizio, restati qui, e tu vedrai che vita allegra ci daremo.
Restò stupito il Cavalier’ Andrea della risoluzione della Carduccia, e con quella prestezza ch’ella haveva chiesto, le rispose:
-Signora donzella, ho già data parola di ammogliarmi, e non s’ammogliano i cingari se non con cingare. Però Iddio vi dia ogni bene, e vi guardi da male, per tanta grazia che voi mi volevate fare, della quale non sono degno.
Stette quasi la Carduccia per cader morta all’acerba risposta del Cavaliere; a cui havrebbe replicato altre parole, se non havesse veduto ch’entravano altri cingari nel cortile. Uscì di lì confusa ed alterata, e volentieri si sarebbe allhora vendicata se havesse potuto. Deliberò il Cavalier’ Andrea, come giudizioso, d’allontanarsi da quell’occasione che’l diavolo gli porgeva davanti, perché ben vidde negli occhi di colei, che anco senza il vincolo del matrimonio ella era per darsi a tutto quello ch’egli voluto havesse; e non volle esporsi a corpo a corpo in quello steccato, e così ei chiedette a tutti i cingari che quella sera si partissero di quel luogo. Questi, che sempre l’ubbidivano, subito gliene compiacquero, e quella sera si partirono. Veggendo la Carduccia che nel partirsi il Cavaliere se ne portava seco la metà dell’anima sua, e che non le restava tempo da potere soll[e]citar’ il compimento dei suoi desideri, e deliberò di trovar modo di farcelo restar per forza, poiché altrimenti non poteva; e così, con l’industria, sagacità, e segretezza che’l suo cattivo intento le insegnava, mise in fra le robbe del Cavalier’ Andrea, ch’ella conobbe esser di lui, alcuni coralli in filza, e due medaglie d’argento, con altri suoi gioieletti di poca valuta. Appena erano usciti di quella hosteria ch’ella cominciò a gridare che quelli cingari le havevan rubbato i suoi gioielli; alle cui grida venne la Corte e tutta la gente del luogo.
Giuravano tutti i cingari che cosa alcuna non havevan rubbata, e vuotarebbono tutti i sacchi e ripostigli della lor compagnia. Questo fece alterare fuor di modo la vecchia cingara, temendo che in quello scrutinio si manifestassero le gioie di Preziosa, ed i vestiti di don Giovanni, ch’ella con molta cura ed avvedutamente serbava. Ma la buona Carduc[c]ia rimediò a tutto con brevità; percioché al secondo invoglio che guardarono, disse che domandassino qual’era quello del cingaro ballarino, ch’essa l’haveva veduto entrare nella sua camera due volte, e che potrebbe essere ch’esso gli havesse rubbati. Intese il Cavalier’ Andrea che per lui quello ella diceva, e sorridendo, così le disse:
-Signora donzella, quest’è la mia guardarobba, e questo il mio asino, se voi troverete in quella ciò che dite mancarvi, voglio pagarvelo sette volte più di quello che vale, oltra il sottopormi al gastigo che dà la legge ai ladri.
Corsero subito i ministri della giustizia a svaliggiare ed a cercare in quelle robbe, e poco hebbero cercato che trovaron’ il furto, di che restò sì sbigottito e spaventato il Cavaliere, e come fuor di sé, che fatto immobile pareva che trasmutato fosse in una pietra.
-Oh! Dunque non fu vano il mio sospetto, -disse allhora la Carduccia-. Guardate, signori, come sotto sì bella ciera si cuopre un sì gran ladrone!
Il giudice del luogo, ch’era presente, prese a dire mille ingiuri al Cavaliere ed a tutti i cingari, chiamandoli publici ladri ed assassini da strada. A tutto ciò niente rispondeva il Cavaliere, sospeso e pensoso, e non poteva imaginarsi il tradimento della Carduccia.
In questo mentre se gl’accostò un soldato bizarro, nipote del giudice, il qual gli disse:
-Non vedete com’è restato confuso il cingaro ladron’ esperto ed invecchiato nel rubbare? Io scommetterei ch’egli vorrà far dell’huomo da bene, e negare il furto, ancorché se gli habbia trovato nelle mani. Iddio mantenga chi vi manderà tutti sopra una galera. Guardate se questo briccone non istarebbe meglio al remo, servendo Sua Maestà, che di andar ballando di luogo in luogo, e rubbando d’hosteria in hosteria, e per tutto dov’egli possa carpire![*] Affé di soldato che sto per dargli un mostaccione, e gittarmelo ai piedi. Il che dicendo egli, senza far più parole, alzò la mano, e gli dette una guanciata a braccio sciolto, e sì gagliarda che lo fece tornar’ in sé, e gli destò nella memoria ch’ei non era all’hora il Cavalier’ Andrea, ma sì ben don Giovanni, e vero cavaliere: percioché subito egli assalì il soldato con gran prestezza, e con più colera cavandogli per forza dal fodero la propria spada, gliela rinfoderò nel corpo, gittandolo morto a terra. Allhora il popolo alzò un grandissimo grido, e sdegnossi in gran maniera il giudice, Preziosa si tramortì, e molto si turbò il Cavalier’ Andrea, rincrescendogli oltramodo di vederla angustiata ed isvanita. Tutti corsero all’arme, e si spinsero alla volta dell’uccisore. Crebbe quella confusione, e crebbero le grida, e per soccorrere all’affanno di Preziosa, lasciò il Cavaliere d’attendere alla propria difesa. Portò la sorte che Clemente non si trovò presente all’infelice caso, perché con le bagaglie era di già uscito ed ito via dalla terra.
Finalmente, furono tanti ad avventarsi addosso al Cavaliere, che restò preso, e con due molto grosse catene l’incatenarono. Haverebbe voluto il giudice di subito farlo impiccare se havesse potuto: ma doveva mandarlo a Murcia, per essere quel luogo sotto la giuridizione di quella, dove non lo condussero insin’ all’altro giorno, e durante quel poco tempo egli patì di molti strazi e vituperi che lo sdegnato giudice, i suoi ministri e tutti quelli della terra gli fecero. Fece il giudice prendere tutti quei cingari e cingare ch’egli puotè, perché la maggior parte d’essi era scampata via, e fra loro Clemente, che temé d’essere colto ed iscoperto.
Infine, con un sommario dell’informazioni del caso e con una gran fila di cingari, il giudice, i suoi ministri, ed altra gente armata entrarono in Murcia: fra’ quali era Preziosa, ed il povero Cavaliere, tutto avvinto e carco di catene, e con manette alle mani ed i ceppi a’ piedi, sopra un mulo. Tutta Murcia usciva delle case per veder’ i prigioni, perché già si sapeva la morte del soldato. Ma in quel giorno tanta parve a tutti la bellezza di Preziosa, ch’ognuno che la guardava la benediva; e ne venne la nuova alle orecchie della moglie del podestà, la quale per curiosità di vederla, fece sì che’l marito comandasse che quella bella cingaretta non entrasse nella prigione con gli altri cingari; ma fu posto il Cavalier’ Andrea in una stretta e buia segreta, la cui oscurità, e l’esser privo della luce di Preziosa, lo trattarono di modo che ben credeva di mai uscire di lì vivo, se non per entrar morto nella sepoltura. Condussero Preziosa con la sua avola dalla moglie del podestà, accioché la vedesse; e subito ch’essa la vidde disse:
-Con ragione la lodano per bella!-, ed accostandosele abbracciolla teneramente, e non si saziava di mirarla, e domandò a sua avola di che età era quella fanciulla.
-Ell’ha quindici anni, -rispose la cingara-, e due mesi, poco più o meno.
-Tanti ne haverebbe hora, -disse la gentildonna-, l’infelice mia Costanza. Ohimè! Questa fanciulla m’ha rinovata la memoria della mia disgrazzia.
All’hora Preziosa prese le mani di lei, e baciandogliele per molte volte, bagnolle con le sue lagrime, e le diceva:
-Signora mia, il cingaro prigione non ha colpa, perché fu provocato a fare quello che fece: fu chiamato ladrone, e non è tale, e gli fu dato uno schiaffo su’l viso, nel quale ben si scorge la bontà dell’animo suo. Pregovi, per amor di Dio, cara signora, per quella gentildonna che siete, che gli facciate ben guardare la sua giustizia, ed il Signore Podestà non s’affretti a far’ eseguir’ il gastigo che vorrebbon le leggi; e se in alcuna maniera v’è stata grata la bellezza che dite essere in me, trattenetela con trattenere l’esecuzione della sentenza contra il prigione, perché nel fine della sua vita insieme sta il fine della mia. Egli ha da esser’ il mio sposo, e giusti ed honesti impedimenti han disturbato che insin’hora non ci siamo ancor data la mano. Se sarà di bisogno pagar denari per conseguir perdono e pace dalla parte, tutte le nostre robbe si venderanno al publico incanto, e si darà ancora più di quello che possiamo. Signora mia, se sapete che cosa sia amore, e se in alcun tempo voi l’havete provato, ed ancor ne havete al signore vostro marito, compassionatevi di me, che amo con tenerezza ed honestà colui che deve esser il mio.
Mentre questo diceva, la cingaretta giammai non le lasciò le mani, né lasciò di mirarla attentissimamente, spargendo amare lagrime in molta abondanza. Medesimamente, la gentildonna teneva con le sue mani quelle di Preziosa, mirandola con non minor’ attenzione, e con non manco lagrime.
In questo mentre gionse il podestà, e trovando la sua consorte e Preziosa ambe piangenti, e tanto strettamente attaccatesi l’una con l’altra per le mani, restò meravigliato, sì di quel pianto come della fanciulla. Dimandò della cagione di quel dolore; all’hora Preziosa, perché gli rispondesse, lasciò le mani della signora, e gittandosegli davanti inginocchioni s’attaccò ai suoi piedi, dicendo:
-Misericordia, signore, misericordia! Se’l mio sposo muore, sarò morta anch’io. Egli non è in colpa, o se la tiene, sia data a me la pena; o se pur questo non possa conseguirsi, almeno si trattenga il processo, con prolungare l’espedirlo sin che si cerchino i mezi possibili per aiutarlo: che potrebb’essere che quello che non peccò maliziosamente fosse liberato dal Cielo, che gli mandasse la salute di grazia.
Con nuova meraviglia e sospensione d’animo restò il podestà, udendo le discrete parole della cingaretta; e s’egli non si fosse ritenuto, per non dar’ alcun segno ed indizio di debolezza, non v’era dubbio che l’haverebbe accompagnata nelle sue lagrime. Fra tanto stava considerando la vecchia cingara molte, grandi e diverse cose; ma dopo c’hebbe rivolte pe’l cervello quelle sue perplessità, disse:
-Di grazia, signori, le Signorie Vostre m’aspettino un poco, ed io farò che questi pianti convertirannosi in allegrezza, ancorché mi ci andasse la vita.
E così con leggiero passo se n’uscì della sala, lasciando gli astanti molto stupiti per quello che detto haveva. Mentre ch’ella stette a ritornare, non cessò Preziosa di piangere e di pregare, acciò la causa del suo futuro sposo gli fosse prolungata, con intenzione d’avvisar’ il padre di lui, perché venisse a fare per sua difesa. Ritornò la cingara con uno cassettino sotto il braccio, e disse alla signora consorte del podestà che essi con lei entrassino in una camera più appartata, perché haveva cose grandi da dire loro in secreto. Credendo il podestà che, per haverlo propizio nella causa del prigione, qualche altro furto di cingari gli volesse scuoprire, di subito con lei e sua moglie se ne passò in una retrocamera, ove la cingara, inginocchiatasi davanti a loro, prese a dire:
-Se le buone nuove che voglio darvi, signori, non meritassero di conseguire per mancia il perdono d’un mio gran fallo, son qui per riceverne il gastigo che mi vorrete dare. Ma, avanti ch’io lo confessi, vorrei, signori, che mi diceste se conoscete questi gioielli.
Ed aprendo il cassettino dentro del quale erano quelli di Preziosa, lo pose in mano al podestà, il quale vidde quei gioielletti puerili, ma non comprese ciò che potessin significare; guardolli parimente la consorte di lui, però neanco ella s’accorse di cosa alcuna, ma solamente disse:
- Questi sono adornamenti di qualche picciola creatura.
- Così è, -disse la cingara-, e di che creatura, lo dice cotesto scritto in quella carta che sta piegata nella cassetta.
Immantinente lessela il podestà, e trovò che diceva: “Chiamavasi la fanciulla donna Costanza, figliuola di don Ferdinando d’Azevedo, cavaliere di Calatrava, e di donna Ghiomara di Menesez. Io la rubbai in Madrid, il giorno dell’Ascensione del Signore, alle undici hore dell’anno mille cinquecento novanta cinque. La puttina portava addosso questi ornamenti, ch’in questo cassettino sono riposti e guardati”.
Appena la gentildonna hebbe udite le parole scritte nella carta che riconobbe gli ornamenti, e baciandoli spesso, cadde a terra tramortita. Corse da lei il podestà (innanzi ch’egli havesse domandato alla cingara di sua figliuola), e ritornata in sé, disse alla vecchia:
-Buona donna, anzi angelo che cingara, dov’è la creatura di cui erano queste gioie? -Dove, signora? In casa vostra l’havete. Quella cingaretta che vi fece venire le lagrime sugli occhi, è dessa, e senza dubbio ella è vostra figliuola, ch’io la rubbai in Madrid, in casa vostra, il dì e l’hora che quella carta accenna.
Udendo questo, la turbata signora cavossi i zoccoli, e con prestezza correndo ritornò nella sala dove haveva lasciata Preziosa, e trovolla che circondata dalle sue donzelle e serve ancor piangeva, e senza farle parola con gran fretta le slacciò il petto e guardò se havesse sotto la poppa sinistra un picciol neo bianco co’l quale era nata, e trovollo, ma alquanto cresciuto. Dopo, con la medesima prestezza, si scalzò, e scuoprì un piede di neve e d’avolio fatto al torno, e vidde nel diritto quello ch’ella cercava, ed era le due dita ultime d’esso attaccate l’una con l’altra con un poco di carne, la quale quando era bambina mai non le vollero tagliare, per non darle dolore. Il petto, le dita del piede, i gioielli, il giorno notato in iscritto, e l’anno ch’ella fu rubbata, la volontaria confessione della cingara, e l’alterazione di allegrezza c’havevano sentita suo padre e sua madre quando la viddero, confermarono senz’alcun dubbio nell’animo della gentildonna essere Preziosa la lor figliuola Costanza; e così, presala in braccio, con essa ritornò dov’erano il podestà e la cingara.
Ritrovavasi Preziosa in gran confusione, non sapendo intendere perché con lei s’havessero usate sì fatte diligenze, e tanto più, veggendosi tra le braccia della gentildonna, che le dava de’ baci sin’ alle centinaia. Venuta poi donna Ghiomara con la preziosa carga alla presenza del suo marito, e trasferendola dalle sue braccia in quelle di lui, gli disse:
- Ricevete, signore, la vostra figliuola Costanza, che questa è, e non ne dubitate in verun modo, perché il segno delle due dita attaccate insieme e quello del petto si trovano in lei, ed io gl’ho veduti; e di più, me’l disse l’animo, insin dal punto che i miei occhi la viddero.
- Io non ne dubito, -rispose il podestà, tenendo in braccio Preziosa-, perché i medesimi effetti ho sentito nell’animo mio che voi nel vostro. Oltracciò, come havessero potuto aggiustarsi insieme tanta puntualità e circostanze se per miracolo non fosse stato?
Stava tutta la gente di casa sopra di sé, domandandosi l’un l’altro che poteva essere quello, e tutti credevano cose lontane assai dal vero: percioché chi havesse imaginato che dei lor padroni fosse figliuola la cingaretta?
Disse il podestà alla sua moglie, alla sua figliuola, ed alla cingara, che tenessero secreto quel caso, sinché lui lo manifestasse; e disse, ancora, ch’ei perdonava alla vecchia l’offesa ch’ella gl’haveva fatta in rubbargli l’anima sua, poiché il gran contento d’havergliela restituita scancellava il suo fallo, ma che solo gli dispiaceva che, sapend’ella la qualità di Preziosa, l’havesse impromessa per essere sposa d’un cingaro, d’un ladrone, ed homicida.
-Ah! Signor mio, -disse all’hora Preziosa-, egli non è né cingaro, né ladro; se ben’ ei sia micidiale, lo fu però di quello che gli tolse l’honore, e non potette far di meno che non mostrasse chi egli è, e l’ammazzasse.
-Come, cara figliuola mia, non è egli un cingaro?
All’hora la cingara vecchia raccontò brevemente l’historia d’Andrea Cavaliere, dicendo ch’egli era figliuolo di don Francesco di Carcamo, Cavaliere di Sant’Iacopo, e si chiamava don Giovanni, pur cavaliere della medesima milizia, i cui vestiti ella haveva custoditi insin da quando ei gli mutò in quelli da cingaro. Raccontò parimente il concertato che tra di lui e Preziosa era seguito, di aspettare due anni di pruova innanzi che sposarsi, e disse con parole di gran rispetto, dell’honestà di amenduni, e della grata condizione di don Giovanni. Tanto si meravigliarono di questo, quanto dell’havere trovata la figliuola. E comandò il podestà alla cingara che andasse per i vestiti di don Giovanni. Ella v’andò, e ritornò con un cingaro che portò quelli. Mentr’ella stette ad andare e ritornare, il padre e la madre di Preziosa le fecero mille domande, alle quali ella rispose con tanta discrezione e grazia, che se non l’havessero conosciuta per figliuola, se ne sarebbono innamorati. Le domandarono, fra l’altre cose, se a don Giovanni teneva affezzion’ alcuna. Rispose che non altra che quella la quale l’haveva obligata a doversi mostrare grata ad un cavaliere che s’era humiliato a farsi cingaro per amore di lei: con tutto ciò, che la sua volontà non s’allargherebbe mai ad altro più di quello che a loro piacesse.
-Taci, figliuola Preziosa, -disse suo padre- (questo nome di Preziosa voglio che ti resti per sempre, in memoria della tua perdita, e del tuo ritrovamento), ch’io mi piglio l’assonto di porti in istato che non disdica da quella che tu sei.
Sospirò Preziosa udendo questo, e sua madre, come donna giudiziosa, intese che sospirasse per essere innamorata di don Giovanni, e disse al suo marito:
- Signore, essendo don Giovanni di Carcamo cavaliere sì segnalato, come egl’è, ed amando tanto sinceramente la nostra figlia, per mio parere, non istaria se non bene dargliela per isposa.
A cui egli rispose:
- Solo hoggi l’habbiam trovata, e volete che così presto la perdiamo? Godiamola per qualche tempo, percioché, dopo maritata, ella non sarà più nostra, ma di suo marito.
- Voi, signor, havete ragione, -disse ella-, ma date ordine di cavar fuora don Giovanni, che deve essere in qualche scuro carcere.
- Vi è senza dubbio, -disse Preziosa-, percioché ad un ladro, micidiale e sopra tutto cingaro, non haveranno dato migliore stanza.
- Io voglio andare a vederlo, -soggionse il podestà-, come s’io andassi a fargli confessar’ il furto: e di nuovo v’incarico, signora, che nessun sappia questa storia, sinché io non voglia.
Ed abbracciata Preziosa, se n’andò alla carcere, ed entrò nella segreta dov’era don Giovanni, e non volle ch’alcuno vi entrasse con lui. Trovollo con amendue i piedi ne’ ceppi, e con i ferri alle mani, e che non gli havevano ancora levato il piè d’amico[*] .
Il camerotto era scuro, ma il podestà fece aprire per di sopra un luminale per dove entrava una poca di luce e molto scarsa; e quando vidde l’incarcerato, gli disse:
-Come sta il buon pezzo di carne? Così havess’io nelle mani quanti cingari sono in Ispagna per finirli tutti in un giorno, come Nerone voleva far di Roma con un sol colpo! Sapete voi, crivellato ladrone, ch’io sia il podestà di questa terra, e che qua io venga per sapere fra me e voi, se sia vero c’habbiano fatta sposa vostra una cingaretta che v’era in compagnia?
Udendo questo il Cavalier’ Andrea, egli s’imaginò che’l podestà si fosse innamorato di Preziosa, perché la gelosia è sì sottile che penetra i corpi senza far lesione o dividerli; con tutto ciò, egli rispose:
-Se quella cingaretta vi habbia detto ch’io sia il suo sposo, ha detto il vero, e s’habbia detto ch’io nol sia, medesimamente ha detto la verità, percioché non è possibile che Preziosa dica bugia.
-Ed ella è tanto verace, -disse il podestà-. Ciò non è poco in una cingara! Ordunque, galant’huomo, ella m’ha detto ch’è vostra sposa, ma che ancora non vi habbia data la mano. Ed ha saputo che per la vostra colpa havete da morire; e m’ha pregato ch’avanti la vostra morte io la faccia sposare con voi, perché vuol’ honorarsi di rimanere vedova di un sì gran ladrone come voi siete.
-Faccialo dunque Vostra Signoria, -gli rispose il prigione-, com’essa vi ha supplicato, che purché sia sposato con lei, passerò contentissimo all’altra vita, partendomi da questa co’l nome d’esser suo.
-Molto la dovete amare, -disse il podestà.
-Tanto -rispose il carcerato-, ch’esprimere non si potrebbe. Però, vi prego, Signor mio, -seguitò egli-, che la mia causa di presto s’ispedisca. Uccisi quello che volle levarmi l’honore, ed al pari di me io amo quella cingaretta; e morrommi contento se morirò in grazia sua, e son sicuro, che non ci habbia da mancare quella di Dio, poiché habbiamo osservato con ogni honestà e puntualità quello che noi ci promettemmo l’un’all’altro.
-Questa notte io manderò per voi, -disse il podestà-, e nella mia casa sarete sposato con Preziosetta, e domani a mezzo giorno vi farò impiccare ad una forca: con che haverò fatto quello ch’è di giustizia, e sodisfatto al desiderio d’ambedue voi.
Ringraziollo il Cavalier’ Andrea, e tornossene il podestà a casa sua, ed alla moglie diede contezza di ciò che con don Giovanni era passato, e d’altre cose ch’ei pensava di fare. Mentr’egli si fermò nella prigione, raccontò Preziosa a sua madre insin dall’uovo il corso della sua vita, e come sempre haveva creduto di esser cingara e nipote di quella vecchia; ma, tuttavia, ch’ella si era stimata d’assai miglior condizione che quella di cingara. Sua madre le comandò che le dicesse la verità, s’ella amava don Giovanni di Carcamo. Con rossore e con gli occhi chinati a terra le rispose che, per haver considerato la qualità di cingara, e che migliorerebbe la sua bassa sorte maritandosi con uno cavaliere così qualificato come don Giovanni di Carcamo, e per haverle l’esperienza fatto conoscere la sua buona condizione ed honesto procedere, alcune fiate l’haveva mirato con occhi affezzionati; ma che, in risoluzione, nessuna altra volontà voleva havere che quella ch’essi haverebbon voluto.
Venne la notte, ed era circa le quattro hore che fu cavato il Cavalier’ Andrea dal carcere, senza manette e piè d’amico[*], ma con una lunga catena, che sin a’ piedi tutto il corpo gli cingeva. Gionse in questo modo al palagio del podestà, senza esser veduto da alcuno se non da quelli che ve lo conducevano; i quali con silenzio lo fecero entrare in una camera dove lo lasciarono solo. Indi a poco v’entrò un prete, che gli disse che si dovesse confessare, perch’egli haveva da morire il giorno seguente. A cui rispose il Cavalier’ Andrea:
-Molto volentieri mi confesserò, ma perché non mi si sposa prima? E se si ha da sposarmi, certo che è molto cattivo il letto nuzziale che mi aspetta.
Donna Ghiomara, che tutto questo sapeva, disse a suo marito che le paure e gl’affanni che si davano a don Giovanni erano troppo eccessivi, e che però gli moderasse, perché potria essere che lo levassino di vita. Parve al podestà questo essere buon consiglio, e così egl’entrò a richiamar’ il prete, che’l confessava, e gli disse che prima havessero da sposare il cingaro con Preziosa la cingaretta, e che dapoi lo confesserebbe, e che intanto si raccomandasse di tutto cuore a Dio, che molte volte fa piovere le sue misericordie nel tempo che sono più aride e perdute le speranze.
Dunque, fu mandato venire il Cavalier’ Andrea in una sala dov’erano solamente il podestà, donna Ghiomar sua moglie, Preziosa, e due servitori di casa; ma quando Preziosa vidde don Giovanni cinto con una sì lunga catena, la faccia scolorita, e gli occhi appannati dall’haver pianto, se le smarrì il cuore e s’appoggiò al braccio di sua madre, la quale, abbracciandola, le disse:
- Ritorna in te, figliuola cara, che tutto quello che tu vedi ha da tornar’ in tuo gusto ed utile.
Ma lei, che non sapeva ciò ch’essi havessero trattato, non sapeva neanche consolarsi, e la cingara vecchia stava di mala voglia e non poco turbata, e gli astanti con gran sospensione d’animo aspettavan’ il fine di così nuovo caso. All’hora il podestà disse al confessore parrocchiano:
-Signor reverendo, questo cingaro e questa cingara son quelli c’havete da sposare. -Nol posso fare, -rispose egli-, se non precederanno prima le forme e circostanze che in tal caso si richiedono. Dove si sono fatte le publicazioni? Dove è la licenza del mio superiore, acciò si possa fare lo sposalizio?
-Questa -rispose il podestà-, è stata inavertenza mia, ma farò che il vicario del vostro superiore la dia.
-Dunque, -soggionse il parrocchiano-, sin ch’io non la vegga, le Signorie Vostre mi perdonino, altro non posso farci.
E senza replicar parola se ne uscì di casa, perché non succedesse qualche disgusto, e gli lasciò tutti confusi.
- Il parrocchiano ha fatto molto bene- disse il podestà-, e potrebb’essere che questa fosse particolare providenza del Cielo, accioché il supplizio del Cavalier’ Andrea si prolunghi; perché in effetto ha da essere sposato con Preziosa, e prima debbono precedere le publicazioni: onde si darà tempo al tempo, che suole dare dolce riuscita a molte amare difficoltà. Ma con tutto ciò, vorrei sapere dal Cavalier’ Andrea, se per avventura i suoi successi s’incaminassero di modo che senza queste paure ed apprensioni egli si trovasse sposo di Preziosa, se si terrebbe per felice o come il Cavalier’ Andrea, o come don Giovanni di Carcamo.
Quando il Cavalier’ udì nominarsi per lo suo nome, disse:
-Poiché Preziosa non ha potuto contenersi ne’ limiti del silenzio, ed ha manifestato chi io sono, dico che, se bene io fossi monarca del mondo, haverei per gran ventura l’havermela per moglie, e stimerei tanto questo favore che porrei termine a’ miei desideri, per non desiderar più altro che la felicità del Cielo.
-Dunque, per questo buon’ animo che mostrate, signor don Giovanni di Carcamo, a suo tempo farò che Preziosa sia vostra legitima consorte, ed insin da quest’hora ve la do e consegno, acciò habbiate certa speranza che sarà tutta vostra, come la più ricca gioia di casa mia, della mia vita, e dell’anima mia. Stimatela quanto dite, perché, dandovi per isposa Preziosa vi do donna Costanza d’Azevedo, mia unica figliuola, la quale se vi agguaglia nell’amore, non vi disdice punto nel lignaggio.
Attonito restò don Giovanni, udendo cotali parole che gli significavano l’amore che’l podestà gli haveva, e donna Ghiomara succintamente gli raccontò la perdita di sua figliuola, e come l’haveva trovata, con i certissimi segni che la vecchia cingara diede del suo furto. Della qual cosa ancora molto più restò don Giovanni stupefatto. Però hebbe più forza l’indicibile allegrezza, perché gli fece abbracciare i suoi suoceri: chiamolli padri e signori suoi, baciò le mani a Preziosa, la quale con lagrime gli chiedeva che le lasciasse baciar le sue. Quindi s’interruppe il silenzio e la segretezza del caso, la cui nuova uscì di casa con l’uscirne i servidori che v’erano stati presenti. Laonde, inteso il tutto dal giudice, zio del soldato morto, vidde serrati esser’ i passi della sua vendetta, poiché non haveva da haver luogo il rigore della giustizia per eseguirla nel genero del podestà.
Don Giovanni si rivestì i suoi primi vestiti da campagna, che gli haveva riportati la vecchia cingara. Convertironsi la prigione e le catene di ferro in libertà ed in catene d’oro, e la mestizia de’ cingari presi in allegrezza, poiché il giorno seguente furono sciolti, e lasciati andare. Ricevette il zio del morto duemila scudi che gli havevano promessi, accioché desistesse dalla querela, e perdonasse a don Giovanni: il quale non iscordandosi del suo compagno Clemente, lo fece cercare; ma ei non fu trovato, né di lui poterono sapere cosa veruna, sinché quattro giorni dopo si hebbe nuova certa ch’egli si era imbarcato sopra una di due galere di Genova, che si trovarono nel porto di Cartagena, ed eransi partite per Italia.
Divolgato così gran caso, venne l’innamorata Carduccia, figliuola della albergatrice di sopra accennata, ed iscuoprì alla giustizia non esser vero il furto del Cavalier’ Andrea cingaro, e confessò il suo amore e la sua colpa; alla quale non si diede pena alcuna, percioché nell’allegrezza del trovamento degli sposi fu sepellita la vendetta, e la clemenza risuscitata.
Disse il podestà a don Giovanni ch’egli haveva per nuova certa che’l suo padre, don Francesco di Carcamo, era stato eletto per podestà di quella terra, perché staria bene aspettarlo, affinché co’l suo beneplacito si facessin le nozze. Rispose don Giovanni che non trasgredirebbe in un sol punto l’ordine suo, ma che prima d’ogn’ altra cosa egli desiderava essere sposato con Preziosa. Concedette licenza l’arcivescovo che con una sola publicazione si facesse lo sposalizio. Rallegrossene tutta la città (per essere in quella molto amato il podestà), con luminarie, caccie di tori, e battagliuole con canne nel giorno d’esso sposalizio. Restò in casa la vecchia cingara, perché non volle mai appartarsi da Preziosa. Volaron’ alla Corte le novelle del caso e del matrimonio della cingaretta. E seppe don Francesco di Carcamo esser suo figliuolo il cingaro, ed esser di lui sposa la cingaretta ch’egli veduta haveva, la cui bellezza fu per discolpa della leggerezza del figliuolo (il quale egli credeva esser perduto, sapendo ch’esso non era gito in Fiandra), e maggiormente per vederlo ammogliato con la figliuola d’un tanto cavaliere, e così ricco, com’era don Fernando d’Azevedo. Egl’affrettò la sua partenza per andar’ a vedere i suoi figliuoli; e nello spazio di venti giorni gionse a Murcia, alla cui venuta si rinovarono le allegrezze, e si raccontarono le vite degli sposi. Ed i poeti della città, che ve ne sono alcuni molto buoni, si pigliarono l’assonto di celebrare co’ versi loro quel raro caso, ed insieme la singolar bellezza della cingaretta e l’altre sue doti. Così ne scrisse il famoso dottore Pozzo, ne’ cui versi durerà la fama di Preziosa mentre dureranno i secoli.
* N.d.t.: l’arte di rubbare.
* N.d.t.: certi ossetti piatti che le spagnuole s' attaccano alle dita, e quelli fanno scoppiare l'uno contra l'altro, ballando alcuni particolar balli.
1 1629: al. C: al.
2 1629: giusto. C: justo.
3 C: del.
* N.d.t.: un reale di Spagna vale un giulio di Roma.
4 1626: e nel.
5 1626: e nel.
6 1626: e nel.
7 1629: ya.
8 1629: silentio.
9 1626: machinas.
10 1626: e nel.
11 C, B: maravillosa.
12 C,B: como en.
13 C,B: Y un imperio que, aunque blando.
14 1629: crecio.
15 1629 : en un.
* N.d.t.: per non sapere dir’ Ircania.
16 C: alfinique.
17 C, B: Quando donzella te quiso uno de una buena cara. Variante introdotta dal Novilieri.
18 C, B: Si para el viernes me aguardas. Variante di Novilieri.
19 C: al, B: el.
20 C,B: levantado.
21 In entrambe le edizioni del 1626 e 1629 manca il verso, per probabile errore di stampa, in quanto ne vengono anticipate alcune sillabe iniziali..
* N.d.t.: è una sorte di tormento.
22 1626: si ci offerisce.
* N.d.t.: l’esser impiccato.
* N.d.t.: esser frustato.
* N.d.t.: remare in galera.
23 Caso di contaminazione tra congiuntivo imperfetto e condizionale.
24 1626, 1629: ne gli. Probabile errore di stampa non corretto.
25 1629: todos estremos.
26 1629 : que es el menos.
27 1626: nel.
* N.d.t.: rubbare.
* N.d.t.: ceppo straordinariamente grosso e sicuro che si mette a li più furbiti malfattori.
* N.d.t.: dichiarato qui di sopra.